MOGIL "Norðlandínus"
(2026 )
Con ''Norðlandínus'', quinto capitolo della propria discografia e pubblicato in completa autonomia attraverso la propria etichetta, gli islandesi Mógil realizzano probabilmente il lavoro più ambizioso e compiuto della loro carriera.
Un album che non si limita a rendere omaggio a una figura storica, ma cerca di tradurne in suono l'immaginario, trasformando la vicenda umana e artistica di Sölvi Helgason in un'esperienza musicale di rara delicatezza.
Pittore, pensatore irregolare e instancabile viaggiatore, Helgason rappresenta una delle personalità più eccentriche e affascinanti della cultura islandese del XIX secolo. I Mógil prendono i suoi disegni, i suoi scritti e la sua visione del mondo come punto di partenza per costruire un paesaggio sonoro che sfugge a ogni definizione rigida.
Folk nordico, musica da camera, jazz, minimalismo e suggestioni post-rock convivono infatti in un equilibrio sorprendentemente naturale, senza che nessuno di questi elementi prevalga sugli altri. Il cuore del disco risiede proprio nella sua capacità evocativa. Le composizioni sembrano muoversi con la stessa libertà dei viaggi di Helgason attraverso l'Islanda.
I brani non seguono percorsi lineari, ma si sviluppano come esplorazioni contemplative, dove ogni dettaglio strumentale assume valore narrativo. La voce di Heiða Árnadóttir emerge con una fragilità luminosa, quasi sussurrata, accompagnata da arrangiamenti che preferiscono la sottrazione all'enfasi.
Intorno a lei, la chitarra di Hilmar Jensson, i clarinetti di Joachim Badenhorst, la viola di Kristín Þóra Haraldsdóttir e la tromba di Eiríkur Orri Ólafsson intrecciano trame leggere ma dense di significato. L'approccio collettivo alla composizione si percepisce chiaramente: ogni musicista contribuisce a definire un tessuto sonoro organico, dove i timbri dialogano continuamente tra loro.
La viola aggiunge profondità cameristica, i clarinetti introducono sfumature malinconiche e imprevedibili, mentre la tromba compare come una presenza lontana, quasi un richiamo proveniente da un'altra epoca. Nulla appare superfluo; ogni nota sembra rispondere a un preciso intento evocativo.
Particolarmente riuscito è il rapporto tra parola e musica. Alcuni testi, derivati direttamente dagli scritti di Helgason, non vengono trattati come semplici documenti storici, ma diventano parte integrante del paesaggio sonoro. I Mógil riescono a trasformare frammenti letterari in materia emotiva, creando un dialogo intimo tra memoria culturale, ricerca artistica e sensibilità contemporanea.
Il risultato evita tanto la didascalia quanto l'accademismo, privilegiando invece una dimensione poetica e profondamente umana. La registrazione presso il celebre Sundlaugin Studio contribuisce ulteriormente al fascino dell'opera. Gli ambienti sonori sono ampi, ariosi, percorsi da riverberi naturali che amplificano la sensazione di trovarsi immersi in un sogno nordico fatto di silenzi, spazi aperti e contemplazione.
È una produzione che valorizza le sfumature e invita all'ascolto attento, lontano dalla frenesia contemporanea. Anche la scelta di affiancare l'uscita del disco a una mostra dedicata a Sölvi Helgason presso il Museo Nazionale d'Islanda appare perfettamente coerente con la natura del progetto. ''Norðlandínus'' non è semplicemente una raccolta di canzoni, ma una vera opera interdisciplinare in cui musica e arte visiva si completano reciprocamente, prolungando l'esperienza ben oltre la durata dell'ascolto.
In un panorama spesso dominato dall'urgenza e dall'immediatezza, i Mógil scelgono la lentezza, l'osservazione e la profondità. ''Norðlandínus'' è un album che richiede tempo, ma che sa ricompensare chi vi si immerge completamente.
Una meditazione sonora elegante e suggestiva, capace di restituire nuova vita all'eredità di un artista dimenticato e, al tempo stesso, di confermare la statura creativa di una delle realtà più raffinate della scena musicale islandese contemporanea. (Andrea Rossi)