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THE ROLLING STONES  "Foreign tongues"
   (2026 )

Si esce e si va a comprare il nuovo disco in studio dei Rolling Stones, ho capito bene? Ma è il 2026 o il 1986, quando da molti venivano considerati vecchi e (s)finiti?

Lo compro quasi sulla fiducia o, meglio, come un atto di rispetto per la band che, indipendentemente dai generi, ha rappresento e rappresenta il rock a 360 gradi.

Poi c’è chi mi dice: “Non fare il fenomeno, l’hai comprato solo perché nei credit compare il nome di Robert Smith”… e sì, l’affermazione è in buona parte veritiera e mi mette un po’a tacere. Poi mi riprendo e cerco di sviare l’accusa con argomenti non solo di cuore, ma anche musicali.

La copertina? Una caricatura delle tre Pietre Rotolanti sovrapposte e incastrate, tanto da sembrare un volto unico. Resa? Mah, direi che strappa la sufficienza, ma poco oltre.

Gli Stones rimasti non hanno voluto lasciare nel nulla quella vena creativa che aveva portato all’eccellente “Hackney diamonds”, e allora, a distanza di solo un paio d’anni, troviamo sugli scaffali “Foreign tongues” (le enciclopedie ci dicono essere il 25° album in studio).

Si è parlato del suo predecessore; ebbene, “Foreingn tongues” viaggia sulle stesse coordinate, rappresentando quasi un mega lato B dell’album del 2024, affermazione che non vuole essere sminuente, ma solo confermarne una vicinanza musicale.

Poi, se lo senti, ti accorgi che sono i Rolling Stones che hai sempre sentito. Ascolti la voce pulita di Jagger in “In the stars” e ti pare che da album come “Beggars banquest” (così, per citarne uno a caso) siano passati un paio di mesi e non quasi sessant’anni. Idem per quel falsetto di “Jealous lover”, e ti sembra impossibile che un uomo di 83 anni sia capace di tali performance.

Le canzoni sono ricche di quel blues che fece tanto innamorare da ragazzini la coppia Jagger/Richards con qualche divagazione in terreni diversi, ovvero quando è Mick Jagger a spingersi e chiedere modernità e pop (“Never wanna lose you”).

Se c’è qualcosa che mi convince poco è un senso di “troppo”. Come se la produzione di Andrew Watt si fosse incentrata sull’addizione, quando un togliere in alcuni tratti avrebbe portato solo un giovamento.

“Ringing hallow” è, infatti, quel bluesaccio che non ha bisogno di tanti decibel o arricchimenti per farsi apprezzare, ma centra l’obiettivo coniugando melodia a quei riff che escono dalle loro sei corde quasi spontaneamente.

Poi c’è un omaggio a Amy Winehouse con “You Know I'm No Good” e, se si doveva fare una cover, mi pare di dire che l’omaggio è dei più belli, ancora meglio della “Beautiful Delilah” di Chuck Berry, scelta per chiudere il lavoro.

E gli ospiti? Una marea, come al solito. Di Robert Smith ho detto ed è meglio che mi fermi, ma poi c’erano anche Steve Winwood, Paul McCartney e Chad Smith, tra gli altri, oltre ai musicisti ormai quasi nucleo semi ufficiale della band.

Il perché continuino a fare dischi è presto detto. Lo fanno perché sanno farlo e lo fanno bene. Poi, come ha recentemente raccontato Jagger, il suo compito non è fare comizi o politica, ma far divertire e offrire evasione. Ci siete ancora riusciti. (GIANMARIO MATTACHEO)