METCALFA "Where we're from the birds sing a pretty song"
(2026 )
Ci sono dischi che si possono descrivere attraverso una serie di riferimenti, e altri che obbligano a cercare parole nuove.
''Where We’re from the Birds Sing a Pretty Song'', il nuovo lavoro di Metcalfa, appartiene alla seconda categoria. Non perché sia un disco indecifrabile, ma perché nasce precisamente dalla volontà di sottrarsi a una definizione troppo rigida.
La matrice jazz è innegabile, così come lo è la presenza dell’elettronica, ma nessuno dei due elementi sembra voler prevalere sull’altro. È da questa tensione che Metello Bonanno costruisce quello che definisce “hybrid jazz”, un genere che più che una semplice etichetta appare come la ricerca di un linguaggio personale.
Undici tracce, trentacinque minuti e una geografia immaginaria che passa da ''Shangri La'' a ''Lund'', da ''Seaside Hill'' a ''Great Northern Hotel''. I titoli suggeriscono luoghi, immagini, memorie e suggestioni cinematografiche, ma il disco non si limita a illustrarle: le trasforma in materia sonora.
Anche Twin Peaks, riferimento fondamentale nell’immaginario dell’album, non diventa mai una gabbia estetica dentro cui rinchiudere la musica. È piuttosto uno dei tanti punti da cui partire per costruire un’atmosfera.
La vera novità sta proprio qui. Metcalfa parte da strumenti e sensibilità profondamente jazzistiche, ma li porta in un territorio nel quale il concetto stesso di genere sembra perdere rigidità. Batteria e pianoforte rimangono il centro della ricerca, ritmo e melodia continuano a dialogare secondo una sensibilità che appartiene chiaramente al jazz, ma attorno a loro si muovono elettronica, chitarre, basso, fiati, flauto e voci.
Il risultato non sembra quindi voler citare il jazz, né tantomeno riprodurne una determinata stagione: ne conserva un’attitudine, soprattutto quella alla ricerca e all’improvvisazione, liberandola però dai riferimenti troppo riconoscibili.
È questo che rende ''Where We’re from the Birds Sing a Pretty Song'' un lavoro interessante anche al di là della sua riuscita compositiva. Metcalfa non sembra chiedersi a quale genere appartenere, ma piuttosto che cosa sia ancora possibile fare partendo da una formazione jazz.
La risposta è un disco sospeso tra acustico ed elettronico, tra composizione e improvvisazione, tra musica d’ambiente e scrittura, nel quale ogni elemento contribuisce alla costruzione di uno spazio più che di una semplice canzone.
E forse è proprio per questo che ascoltandolo si ha la sensazione di non avere davanti un disco jazz in senso tradizionale, ma qualcosa che dal jazz prende gli strumenti per andare altrove. Non sempre il percorso è immediatamente leggibile, e qualche passaggio richiede un ascolto meno distratto, ma è una conseguenza quasi inevitabile di una ricerca che non vuole fornire coordinate troppo precise.
''Where We’re from the Birds Sing a Pretty Song'' è, in definitiva, un disco che prova a inventarsi una lingua invece di parlare un dialetto già conosciuto. E in un panorama nel quale la contaminazione è diventata spesso una formula, la scelta di non avere riferimenti ferrei e di lasciare che jazz ed elettronica si incontrino senza gerarchie rappresenta forse la sua caratteristica più interessante.