recensioni dischi
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KRUPKA TRIO  "Hymns in jazz mood vol.3"
   (2026 )

Questo disco mi costringe a una riflessione fintamente scomoda, almeno per me non è scomoda perché la considero un'ovvietà, ma tant'è: in Italia abbiamo un problema coi canti di chiesa.

Chi è religioso e/o comunque li apprezza, non li vuole toccati, li considera cimeli da mantenere puri nei secoli dei secoli. Chi invece li detesta beh, semplicemente li detesta, sente l'orticaria accendersi appena sente un qualche “Dio” intonato da un coro.

Se qualcuno riarrangia questi canti, lo fa solo per dileggio, anche se fatto con gran stile. Penso ad esempio al buon Michele Vinci, che trasforma tutto in metal, e non so se ci è o ci fa, ma la sua versione di “Su ali d'aquila” è un capolavoro, anche se non fosse ironico. E chi dice che Gesù, che si ribellava ai mercati nel tempio, oggi non apprezzerebbe la musica un po' più alternativa, magari giudicando i coristi ben vestiti come farisei?

In Norvegia a quanto pare non c'è questo ridicolo imbarazzo, beati loro. Il pianista Ulf Krupka, assieme al sassofonista Line Falkenberg e a Tine Asmundsen al contrabbasso, forma il Krupka Trio e per Losen Records pubblica “Hymns in jazz mood vol. 3”, che è una rivisitazione jazz strumentale degli “inni norvegesi”, intendendo non l'inno nazionale ovviamente, bensì gli inni religiosi.

L'intuizione è efficace: il jazz porta queste melodie nella modernità, ma non ne inficia minimamente la dolcezza originaria, semmai la fortifica, trasposta nelle melodie ai tasti bianchi e neri e al sax soprano, come ad esempio si sente in “Å leva det er å elska”; tenerissima l'originale, malinconica in questa versione, anche se consolata da un elegante walking bass.

Anche in fase di assolo, i musicisti sono guidati da una sorta di luce, una spiritualità e una gioia di vivere che non lascia spazio a narcisismi virtuosi né a dissonanze non necessarie. L'anima del pianista esce fuori nell'“Interludium” solista a metà album.

A sorpresa, “Kristus kom med vann og blod”, prima di partire nella sua versione cool jazz, viene intonata all'organo a pedali, quello piccolo che suona come una fisarmonica (del resto sono due strumenti fratelli), come a voler ricordare l'origine di questi brani.

Trovo particolarmente intensa l'interpretazione di “Din herlegdom, Frelsar, me undrande ser”, dove la melodia ha una certa verve teatrale, e l'andamento da ballata è coinvolgente e commovente. Altro gioiellino, ma per i motivi opposti, è “Barn Jesus i en krybbe lå”, brano ottimista e solare che con la sua delicata gioia fa venire il sorriso anche sotto la pioggia.

Per curiosità, ho cercato l'originale “Vår Gud han er så fast en borg” e ho trovato una versione di Kirsten Flagstad: soprano lirico su organo per una melodia solenne e maestosa. Qui, il brano chiude l'album diventando un'allegra corsa di sax su un ingegnoso ritmo in 6/8 alternato a 5/8 di pianoforte e contrabbasso.

Consiglio l'ascolto di questa bella produzione norvegese e userò l'album per tirare le orecchie ai colleghi musicisti italiani, che snobbano un repertorio come quello cattolico che, al netto di alcuni brani oggettivamente terrificanti, nasconde delle meraviglie che si potrebbero valorizzare senza doverne fare una barzelletta. (Gilberto Ongaro)