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BON JOVI  "Coliseum Largo USA 24th july 1987"
   (2026 )

Altro giro. Altro regalo. Altro viaggio nella memoria. Utile per chi c'era e magari era adolescente all'epoca. Utile, anzi arrivo a dire necessario, per quelli di oggi che sono abituati a prodotti di consumo di assai inferiore levatura.

C'era un momento esatto, sul finire dell'estate del 1987, a due anni dal Live Aid, in cui il baricentro del rock mondiale pareva essersi spostato dal fango delle arene calcistiche britanniche ai pavimenti tirati a lucido delle grandi arene americane.

Per i puristi cresciuti a pane, Dylan e Bruce Springsteen, quel periodo ha rappresentato la più grande e pacchiana svendita commerciale dell'anima del rock. Anche se le polemiche erano già partite nel 1979 quando Kiss e Pink Floyd avevano introdotto la disco music per sfornare hit di successo planetario e così salvare i conti correnti.

Eppure, piaccia o no, i Bon Jovi non erano più cinque ragazzi del New Jersey con troppa lacca nei capelli intenti a sbarcare il lunario: erano i sovrani assoluti di un impero pop-metal fatto di mega-schermi, jeans strappati e ritornelli scritti a tavolino per non uscire mai più dalla testa della generazione MTV.

Il loro terzo album, ''Slippery When Wet'', era diventato una sorta di vangelo laico per milioni di teenager di tutto il pianeta. Per anni, la testimonianza più pura, incendiaria (e diciamolo, sfacciatamente ruffiana) di quel momento magico è rimasta confinata nei circuiti carbonari dei collezionisti sotto forma di bootleg soundboard noto come "Wet & Wild".

Oggi, complice una moda virtuosa che induce artisti ed etichette ad aprire gli scrigni degli archivi per fare un po' di cassa, quel nastro cessa di essere un segreto per pochi e trova finalmente una pubblicazione ufficiale con il titolo ''24th July 1987 (Live from Maryland)''. Registrato al Coliseum di Largo, nel Maryland, questo live documenta una macchina da guerra all'apice della forma fisica e mentale.

Dimenticate le produzioni levigate o i successivi ammorbidimenti da classifica degli anni Novanta: qui c'è il sudore dell'hard rock americano più muscolare ed energico. La sezione ritmica guidata da Tico Torres alla batteria giustamente picchia duro con un'impronta quasi tribale, mentre la chitarra di Richie Sambora tesse trame infuocate ed erige muri sonori che apparentemente non lasciano prigionieri.

Al centro della scena, la voce ruggente di Jon Bon Jovi, bello, ruvido, bravo, e maledetto (ma fino a un certo punto, tanto che se passasse a prendere tua figlia per un sabato sera la concederesti pur di averlo come genero), cattura l'essenza di un'epoca con un'urgenza che toglie il fiato, sorretta da un carisma che la critica più intellettuale e poco democratica e molto snob ha spesso snobbato, ma che davanti a ventimila persone urlanti diventa innegabile.

La scaletta è una cavalcata implacabile che fotografa perfettamente l'esplosione del Pop-Metal tra il 1986 e il 1987. Stiamo parlando di quattro decenni fa, signore e signori.

L'apertura è affidata alla dirompente "Raise Your Hands", un inno programmatico che trasforma immediatamente il Coliseum in una bolgia di mani tese. Poco dopo, la band sfodera una devastante versione di "Tokyo Road", traccia recuperata dal precedente ''7800° Fahrenheit'', che dal vivo acquista una pesantezza effettivamente d'acciaio e mette in luce il chitarrismo affilato di un maestro del genere quale il nostro buon Sambora.

Ma il vero momento di non ritorno, la scarica di adrenalina pura che incendia definitivamente gli spalti laggiù nel Maryland, arriva con "You Give Love A Bad Name". Il brano (ascoltatelo bene e magari in cuffia) viene eseguito con una ferocia e una precisione millimetrica, privo di quelle prudenze da studio e arricchito da una spinta corale devastante.

Parliamo un po' per chi non c'era del panorama musicale globale di quel periodo che stava vivendo una profonda mutazione genetica. Il punk e la new wave erano ormai pagine di storia da matusa, come si sarebbe usato dire negli ambienti politici dopo l'imminente crollo del muro di Berlino avevano esaurito la loro spinta propulsiva primaria, lasciando spazio a una creatura nuova, nata sui marciapiedi del Sunset Strip di Los Angeles e nutrita a pane, lacca per capelli, glam rock e melodie pop ultra-accattivanti.

È l'era del cosiddetto Pop Metal (o Hair Metal), un fenomeno capace di trasformare il rock duro da fenomeno sotterraneo e ribelle a colonna sonora ufficiale dei canali televisivi musicali come MTV. In questo scenario, i Bon Jovi con ''Slippery When Wet'' avevano fatto da veri e propri apripista. Avevano preso la durezza dell'hard rock classico, l'avevano ripulita con la sensibilità pop del produttore Bruce Fairbairn e del songwriter Desmond Child, e l'avevano resa accessibile a tutti.

Per la band, il concerto di Largo rappresenta insomma a pieno titolo il picco assoluto del loro "periodo di grazia". Questo live fotografa la band un attimo prima che la stanchezza cronica del successo e le prime tensioni interne (che esploderanno dopo il successivo e massiccio tour di ''New Jersey'' nel 1988-89) iniziassero a farsi sentire.

E per cogliere il valore di questo live all'interno della mitologia stradaiola e commerciale dell'epoca, è utile misurarlo con le altre reliquie dal vivo dei Bon Jovi. Fino ad ora, l'immaginario live della band era dominato da due estremi: le celebri apparizioni al festival Monsters of Rock di Castle Donington (memorabile quella del 1985) e i leggendari bootleg registrati a Tokyo. A Donington, la band suonava ancora con l'urgenza dell'outsider in un festival prettamente heavy metal, forzando i volumi per farsi spazio tra i giganti dell'epoca.

Nei bootleg giapponesi, invece, l'elemento pop-glam era esasperato dal calore di un pubblico idolatrante, che spesso spingeva Jon a performance vocali più pulite, a tratti quasi teatrali. Il concerto al Coliseum di Largo si colloca esattamente nel mezzo tra questi due poli espressivi: offre lo show completo e maturo della consacrazione ma conserva quell'anima profondamente "american rock n' roll" della working class. Che indubbiamente piace e regge il tempo, anche per le orecchie di oggi.

Il suono è sporco il giusto, e le improvvisazioni e le cover – come l'infuocata "Twist & Shout" o la rilettura di "We're An American Band" dei Grand Funk Railroad – sono cariche di una spavalderia tipicamente statunitense che la band non avrebbe mai più replicato con la stessa genuinità prima di essere fagocitata dal music business multimilionario.

Noticina filologica. Per i collezionisti di lungo corso, il confronto tra il vecchio bootleg pirata "Wet & Wild" (circolato per anni su vinili di dubbia provenienza o CD stampati in Giappone) e questa release ufficiale è a dir poco spiazzante come merita una temperie culturale che fa delle riedizioni un terreno ghiotto. Pensiamo, cambiando genere, al recente cofanetto che celebra con dovizia di lati B e inediti il primo album degli Everything But The Girl.

Laddove il bootleg offriva una registrazione soundboard grezza, caratterizzata da una saturazione acida a dir poco sulle chitarre e da un fruscio di fondo costante, l'intervento moderno di ingegneria acustica ha letteralmente ribaltato l'esperienza d'ascolto.

Dobbiamo stracciarci le vesti? Mica tanto se pensiamo che un gigante come Frank Zappa ha sfornato capolavori partendo da registrazioni live dove ha poi pesantemente lavorato a suon di overdub in studio, da stakanovista assoluto quale era.

Per tornare a Jovi, il mix ufficiale offre una separazione delle frequenze nettamente superiore e una profondità ambientale che prima era totalmente assente. Il lavoro sui nastri master ha ripulito la traccia dai picchi distorti causati dall'altissimo volume dell'arena, ridonando tridimensionalità al concerto.

Il basso del compianto Alec John Such finalmente pulsa profondo e intellegibile in ogni brano, anziché perdersi nel fango delle basse frequenze, mentre le tastiere di David Bryan sono state riposizionate per non soffocare mai il ruggito della sei corde di Sambora. La voce di Jon, precedentemente esposta a fastidiosi sibilanti e isolata rispetto al resto del gruppo, è ora perfettamente amalgamata nel muro sonoro, restituendo l'impatto dinamico di una reale ed esaltante esperienza da arena rock, per chi c'era nel Maryland sarà una autentica sorpresa, una sorta di madeleine proustiana sonora.

Il disco esce in doppio vinile da 180 grammi, doppio cd e include un booklet esclusivo con foto inedite scattate nel backstage del Slippery When Wet Tour e note di copertina storiche. Per i patiti del digitale è anche disponibile in alta definizione a 24-bit.

Insomma, più che una semplice operazione nostalgia, questo live a Largo è un documento storico essenziale per capire come il rock da arena abbia toccato il suo apice di popolarità commerciale e impatto culturale prima che l'ondata Grunge degli anni Novanta cambiasse di nuovo tutte le regole del gioco. Un acquisto obbligato per chi c'era, e una lezione di energia pura per chi è arrivato dopo e non sa nemmeno che cosa sia la nostalgia, emozione che certo i musicisti di oggi tra 40 anni non susciteranno tranne sparutissime eccezioni.

Voto 8 e mezzo. (Lorenzo Morandotti)