recensioni dischi
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DAVID MOSS  "Dense band"
   (2026 )

David Moss sta rispolverando alcuni suoi dischi degli anni Ottanta, presentandoli con un remaster, e sono belle testimonianze della scena newyorchese sperimentale dell'epoca.

Il collega Piergiuseppe Lippolis ci ha raccontato di “Full house” (https://www.musicmap.it/recdischi/ordinaperr.asp?id=12852) del 1984, e qui invece ci addentriamo nel ritorno di “Dense band”, del 1985, uscito per Yatak Records.

Gli anni non sembrano passati, in effetti suona tutto ancora fresco, come una musica d'avanguardia di tempi più recenti. Gli undici brani di “Dense band” sono essenzialmente caratterizzati da intricatissime texture percussive, spesso poliritmiche, e le cui percussioni non sono solo tamburi, ma anche particolari oggetti appositamente creati, pratica consueta di David Moss.

Su queste fitte costruzioni ritmiche si stagliano numerosi artisti. Alla produzione, basso e chitarra troviamo Fred Frith. Dopo la voce sardonica che irride in “Stride”, in “Shuffle” e “Sitxh Sense” arriva il sax di John Zorn, mentre in “Slow Climb” si innesta il violoncello caotico di Tom Cora.

Il titolo “Surface Tension” deve riferirsi alle corde in tensione degli strumenti, perché i suoni e i rumori che ne escono provengono chiaramente da corde. La voce urlante torna in “Say So”, e in generale gli interventi vocali non sono intelligibili, sono emissioni istintive e suggestioni foniche, come quelle di “Three Metal Moves”.

Tra gli ospiti ci sono anche Christian Marclay, altro inventore di collage sonori nonché artista visual; il chitarrista Arto Lindsay e il tastierista e compositore Wayne Horvitz. Quando si parla di improvvisazione e avanguardia, “Dense band” potrebbe rappresentarne l'antonomasia! (Gilberto Ongaro)