BRUNO MARS "The romantic"
(2026 )
Potrà anche non piacere di primo acchito, essere confuso nella melassa, suscitare antipatie, ma gli va dato atto che è dotato di talento e professionalità. Si capisce a pelle.
Tante grazie, direte. Ce ne sono a migliaia così. Cosa fa di Bruno Mars la star che è, quindi, in un’epoca orfana di Michael Jackson, Prince, Quincy Jones e simili? Dove il rischio di essere degli epigoni sia pure magnetici, vedi The Weeknd, è dietro l’angolo.
E dove sta il romanticismo, nel secolo dei sintetizzatori accesi ventiquattr'ore su ventiquattro e degli algoritmi che calcolano la percentuale esatta di drop commerciale per catturare l'attenzione di un adolescente annoiato?
Farlo è un atto di pura e fiera resistenza. Bruno Mars lo sa. Lo sa al punto da intitolare il suo attesissimo quarto album solista “The Romantic”, quasi a voler lanciare un guanto di sfida a un’industria musicale che ha scambiato il calore del nastro magnetico con la freddezza di un file binario da dare in pasto alla presunta intelligenza artificiale che presto farà a meno degli umani e delle loro velleità.
A conti fatti insomma, se ne accorgerebbe anche un sordo a questo punto, distanza di un decennio dal suo ultimo sforzo in solitaria, Mars si conferma una delle poche stelle credibili del panorama attuale. In un mercato saturo di meteore create a tavolino e idoli di fango digitali, lui resta giustamente ambizioso un gigante d'altri tempi, un artigiano che non ha mai smesso di credere nel sudore, nelle dita che sanguinano sulle corde e sulla sacralità della sala d'incisione.
Insomma, siamo di fronte a un fenomeno intrinseco, che va oltre il successo planetario di ballate come "Die With A Smile" in coppia con Lady Gaga, che ha polverizzato ogni record su Spotify arrivando al miliardo di stream in un battito di ciglia – e quel mostrum indefinibile ma immediatamente orecchiabile in stile pop-punk-new wave intitolato "APT.", registrato insieme a Rosè.
Insomma, Bruno spacca e non è solo un sottofondo da supermercato o un generatore di mantra generazionali. E come dicevamo conta molto l’onestà, la serietà, il piacere artigianale di fare le cose senza preoccuparsi dei like, tanto c’è chi lo farà per te.
Dal punto di vista tecnico e della produzione, “The Romantic” è un trionfo di ingegneria analogica che farà sobbalzare i puristi del suono. Registrato prevalentemente nei leggendari Sunset Sound di Los Angeles e nei personali studios di Mars, l'album bandisce quasi del tutto i plug-in digitali di ultima generazione.
Mars e il suo team di ingegneri hanno voluto catturare l'aria della stanza. Le tracce di batteria sono state incise, tanto per dire, su un vecchio registratore a nastro Studer A800 a due pollici, saturando i preamplificatori vintage Neve 1073 per ottenere quel suono di cassa e rullante che non è solo profondo, ma "grosso" e legnoso come nei dischi della Stax o della Motown dei primi anni '70.
Le chitarre, suonate quasi interamente da Mars e da turnisti d'eccezione, non passano attraverso simulatori digitali, ma ruggiscono vive da amplificatori Fender Twin Reverb d'epoca e Marshall Plexi d'annata, microfonati con i classici Shure SM57 accoppiati a microfoni a nastro Royer R-121 per catturarne ogni singola sfumatura armonica.
Anche la voce di Mars rifiuta la prigione di Auto-Tune e solo per questo, ma verificatelo con le vostre orecchie prima di venire a cercare il recensore con l’accetta, meriterebbe un monumento: le performance vocali sono nude, calde, catturate attraverso un microfono a condensatore Telefunken U47 d'epoca che esalta le frequenze medie e la raucedine naturale del cantante, regalando una vicinanza intima che nei dischi moderni si è completamente perduta.
La vera magia acustica, tuttavia, si è compiuta nella delicata fase del missaggio finale, affidata alle mani sapienti di Manny Marroquin e dello stesso Mars. Invece di cedere alla comodità del mixaggio "in-the-box" (ovvero interamente dentro il computer), i due hanno scelto la strada sartoriale per ogni brano, messo a punto con certosina accuratezza e specie in cuffia merita che questo disco non sia ascoltato in formati che tagliano le frequenze nobili. Andate su una piattaforma di streaming seria e spendete due soldi in più e poi mi direte.
Tanto per finire il pippone tecnico, ricordiamo che il mastering finale è stampato direttamente su nastro da mezzo pollice Ampex ATR-102, che restituisce una dinamica reale, lontana anni luce dalla "loudness war" che appiattisce la musica odierna. Ma un grande suono non è nulla senza una storia da raccontare, ed è qui che ''The Romantic'' compie il suo scatto più importante.
Chi si aspettava i testi edonisti, spensierati e a tratti marpioni di ''24K Magic'' o le dolci ma ingenue promesse d'amore di ''Doo-Wops & Hooligans'' si troverà di fronte a un uomo profondamente cambiato. A quarant'anni superati, i testi di Mars riflettono una maturità lirica dolorosa, adulta e consapevole, che flirta costantemente con il concetto di vulnerabilità e perdita.
Uno così, mi viene da dire, in duetto con Macy Gray, Lola Young, Lenny Kravitz e financo Adele, se uscisse dalla sua gabbia dorata, farebbe faville. Speriamo che accada.
Il romanticismo cantato da Mars oggi è un sentimento che porta i segni delle cicatrici del tempo. In brani intimi e struggenti guidati da un pianoforte gran coda Steinway & Sons del 1968 (i cui martelletti sono stati foderati di feltro leggero per ottenere un timbro più cupo), Mars esplora il peso dei rimpianti, la fatica di far durare le cose e la paura della solitudine.
Anche l'apparente spensieratezza pop di "APT." nasconde tra le righe quel senso di urgenza disperata tipico di chi sa che il tempo non è infinito, mentre in "Die With A Smile" il tema dell'amore si intreccia fatalmente con quello della fine del mondo. C'è una malinconia sotterranea che attraversa l'intero disco, una consapevolezza che la bellezza sia preziosa proprio perché fragile.
Mars abbandona le maschere del party boy per mettersi a nudo, scrivendo versi che guardano in faccia le proprie debolezze senza mai risultare stucchevoli o retorici. In questo suo nuovo lavoro Mars smette i panni del personaggio e torna a parlare in prima persona.
Insomma nella discografia solista di Mars, questo album si posiziona come il disco della piena maturità e ci costringe a fare un focus definitivo sull'artista e sulla sua traiettoria unica. Bruno Mars è un'anomalia di sistema, un cortocircuito temporale.
Guardatelo sul palco o ascoltatelo mentre dirige la sezione fiati (registrata dal vivo in un unico ambiente con la tecnica del microfono panoramico stereo di una coppia di Neumann KM84): non c'è traccia di posa intellettuale, solo una devozione totale verso la grande tradizione della black music americana.
Mentre i suoi contemporanei si reinventano costantemente attraverso trend passeggeri o faide social per monetizzare l'attenzione, Mars scompare per anni, si barrica in studio, studia i vecchi vinili e torna solo quando ha qualcosa di reale da dire. È l'ultimo grande performer totale della nostra era, un incrocio genetico tra l'intrattenimento di Las Vegas e l'anima soul di Memphis.
“The Romantic” non è solo il trionfo del suo ritorno o un perfetto manuale di ingegneria acustica; è una dichiarazione d'intenti e una zampata d'autore. In un mondo che viaggia a velocità folle verso la dematerializzazione dell'arte, con Walter Benjamin che si rivolta nella tomba, Bruno Mars ci ricorda che la musica è ancora una questione di corpi, di valvole scaldate a dovere, di stanze di legno e di cuori che battono allo stesso ritmo.
Un disco importante, carnale, che profuma di storia ma che guarda dritto al futuro con la sfrontatezza della forse ultima vera stella pop credibile rimasta sul pianeta. Voto 9. (Lorenzo Morandotti)