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YES  "Aurora"
   (2026 )

Mettiamoci belli comodi in poltrona, accendiamo lo stereo migliore che c'è, perché qui di cose da dire ce ne sarebbero parecchie.

Aprite le orecchie e gustatevi un disco di altri tempi. Dall'inizio roboante alla fine. Poi riascoltatelo, e adesso passate a queste note di recensione.

Un disco che è aurorale, come dice il titolo, non fatto per far soldi sul passato ma per il piacere della musica, e che dà tutto sommato un barlume di speranza in tempi bui e questo è già molto.

C'è qualcosa di ostinato e magnificamente anacronistico nel brandire ancora il vessillo del progressive nell'anno domini 2026. Gli Yes, o quel che ne rimane sotto la guida ferrea e geometrica di Steve Howe, pubblicano il loro ventiquattresimo capitolo in studio. Come passa il tempo.

Il titolo è evocativo, ''Aurora'', e la copertina è rigorosamente griffata dalla ditta Roger & Freya Dean, a ribadire che l'immaginario fatato per l'iconografia almeno non si tocca, nemmeno se il tempo scorre spietato.

Diciamolo subito, a scanso di nostalgismi da cinquantenni e oltre con la memoria corta: non ci sono Anderson, Wakeman o il compianto Squire. C'è però una line-up ormai rodata dal tour del 2024 – con Downes, Davison, Sherwood e Schellen – che funziona come un orologio svizzero. Più che una band in studio, un laboratorio artigianale decentralizzato.

Sotto il profilo tecnico, l'incisione riflette un moderno workflow in cloud: le idee nascevano in modo indipendente negli studi domestici dei singoli musicisti, venendo poi intrecciate attraverso una collaborazione costante. Howe, in veste di produttore, ha centralizzato questo flusso digitale, agendo come asse creativo insieme a Downes.

Il materiale è stato poi finalizzato dal fonico Curtis Schwartz, che ha curato un mix audiofilo di altissimo livello. Il Blu-ray dell'edizione Deluxe offre infatti un mix in Dolby Atmos, audio surround 5.1 e mix stereo a 24 bit, garantendo una separazione dei canali millimetrica che esalta gli arabeschi geometrici delle chitarre di Howe e il basso pulsante di Sherwood.

Il disco vive di almeno due anime musicali. C'è il minutaggio enciclopedico di "Countermovement" (quasi quattordici minuti di stop-and-go, fughe di tastiere e cambi di tempo per i puristi del genere, la lacrimuccia nostalgica corre spontanea sulle gote anche se non c'è nessuno lì accanto a leccarla via) e c'è la solennità luminosa della title-track.

Ma ci sono anche episodi più snelli e melodici come "Turnaround Situation", o il frammento "All Hands on Deck", dove la voce celestiale di Jon Davison tiene in piedi il gioco con indiscutibile mestiere.

Non è il capolavoro della vita, intendiamoci, questo ''Aurora'', che non rimanda certo alle rivoluzionarie considerazioni di Nietzsche nel testo omonimo del 1881, e non sposterà di un millimetro la storia del rock, che gli Yes hanno già scritto e sigillato decenni fa. È però un'operazione di una dignità enorme.

Obbligare i giovinastri, abituati alle schifezze attuali, a un ascolto quotidiano viene spontaneo. Un'aurora che non annuncia un nuovo giorno radioso, questa degli Yes, ma che fa dire sì, dannazione, e che illumina con una bellissima luce crepuscolare una delle saghe oggettivamente più longeve e importanti della musica contemporanea.

Per chi mastica pane e tempi dispari e vuole per un po' fare a meno dell'ironia zappiana che a sua volta dà dipendenza, ecco un ascolto se non obbligato fortemente consigliato.

Se l'architettura sonora di ''Aurora'' si muove su binari di rigorosa precisione tecnologica, la filologia dei suoi testi richiede una disamina altrettanto approfondita. La scrittura degli Yes è sempre stata una materia complessa, un labirinto di specchi in cui la parola non si fa quasi mai veicolo di narrazione lineare, bensì elemento plastico, fonetico, puramente cromatico.

Se negli anni Settanta la penna di Jon Anderson risentiva del misticismo vedico e di una visione cosmica, la sfida moderna di Jon Davison consiste nel raccogliere quell'eredità espressiva senza scivolare nella sterile macchietta.

In questo album, Davison compie un lavoro di cesello concettuale. Il fulcro lirico risiede nella dialettica tra il collasso della modernità e la promessa di una rigenerazione spirituale.

Non siamo di fronte a un concept album rigido come il passato ci ha abituati ad ascoltare e digerire pensando fosse l'unico standard, ma a una costellazione variegata di immagini che ruotano attorno a una precisa polarità: la dialettica tra l'oscurità tecnologica dell'Occidente e la luce primordiale della natura, simboleggiata appunto dall'aurora.

La title-track, posta in apertura con i suoi sette minuti e mezzo di suite atmosferica, funge da manifesto poetico dell'intera opera. Davison utilizza una tecnica di scrittura che potremmo definire "impressionismo semantico". Il testo non racconta una storia, ma evoca uno stato di transizione.

Parole come "light" (luce), "birth" (nascita) e "vastness" (vastità) – concetti che, come ricorda lo stesso cantante, hanno immediatamente stimolato l'ispirazione visiva di Roger Dean – vengono declinate attraverso accostamenti metaforici audaci.

Davison canta il risveglio della coscienza in un mondo anestetizzato. La luce dell'aurora non è soltanto un fenomeno meteorologico o astronomico, ma una forza sotterranea che squarcia il velo dell'alienazione contemporanea.

Il lessico utilizzato è arcaico, quasi liturgico, ricco di allitterazioni che si incastrano alla perfezione con le trame acustiche di Steve Howe. Vi è un perfetto connubio tra fonetica e musica; la band si rifugia in un tempo mitico, dove l'alba diventa l'archetipo di ogni inizio possibile.

Il vero scontro concettuale del disco si consuma però, come sopra accennato, nei monumentali 13 minuti e 48 secondi di ''Countermovement''. Qui il testo si fa più serrato, frammentario, quasi drammatico, autenticamente da antologia, assecondando i continui stop-and-go impresi dalla sezione ritmica.

Davison mette in scena il "contromovimento" dell'anima rispetto alla vertigine della digitalizzazione umana. Se musicalmente il brano è un labirinto di tempi dispari, dal punto di vista testuale è una critica feroce, seppur eufemistica, all'automatismo della società moderna.

Il paroliere evoca immagini di ingranaggi e di specchi artificiali, contrapponendovi la necessità di un ritorno all'essenza, a un umanesimo cosmico che è da sempre il cuore pulsante del progressive rock.

In ''Turnaround Situation'', la prospettiva si sposta su un piano più intimo e psicologico. Il testo esplora il concetto di inversione di rotta, la necessità esistenziale di cambiare direzione quando il percorso intrapreso conduce all'aridità spirituale.

Davison gioca con la fonetica delle parole, alternando vocali aperte, nei momenti di massima apertura melodica, a strofe più sincopate. Il lessico si fa quasi filosofico, affrontando il tema della scelta e del libero arbitrio in un universo che sembra spingere verso l'omologazione.

Un'analisi rigorosa, che questo lavoro merita, non può prescindere dal confronto con il passato. Laddove Jon Anderson utilizzava il flusso di coscienza e l'automatismo psichico (spesso assemblando le parole esclusivamente per il loro suono), Davison introduce una coerenza sintattica maggiore.

I testi di ''Aurora'' sono più leggibili, meno ermetici rispetto ai vecchi capolavori degli anni Settanta, ma conservano intatta quella sacralità laica e panteista che costituisce il DNA della band.

C'è una profonda serietà nella scrittura di Davison. Egli evita accuratamente il cinismo disilluso del rock contemporaneo, preferendo mantenere una postura utopica. In brani come ''Love Lies Dreaming'' e ''Ariadne'', il mito classico e il sogno vengono invocati come unici strumenti rimasti all'uomo per interpretare il reale.

Il filo d'Arianna diventa la metafora della memoria storica e musicale: un legame indissolubile con il passato che permette alla band di addentrarsi nel labirinto del futuro senza smarrire la propria identità.

In ultima analisi, la produzione testuale di ''Aurora'' dimostra come per gli Yes la parola non sia mai un elemento accessorio o un semplice riempitivo per la melodia. La voce di Davison viene trattata da Howe come uno strumento aggiunto, un sintetizzatore umano le cui liriche forniscono la chiave di lettura emotiva per le complesse architetture sonore del disco.

I testi di questo ventiquattresimo album sono un invito alla resistenza spirituale, una preghiera laica cantata a gran voce sul ciglio del crepuscolo, in attesa che sorga una nuova, inevitabile aurora.

Voto 8, anche se i fan sfegatati attribuiranno un 10 e li dobbiamo capire. (Lorenzo Morandotti)