HIBAKU JUMOKU "Hibaku Jumoku"
(2026 )
Hibaku Jumoku non è un disco che abbia particolare interesse a spiegarti cosa sia. Anzi, sembra quasi costruito per rendere inutile ogni tentativo di definirlo una volta per tutte.
Il trio vicentino formato da Paolo Inserra alla batteria, Antonio Gallucci al sax tenore e Francesco Bucci al basso tuba parte dal jazz, ma lo usa più come punto di partenza che come destinazione, lasciando entrare punk, elettronica, nu jazz, ritmi afro e suggestioni mediterranee senza mai trasformarli in semplici citazioni.
La cosa più interessante è che questa libertà non produce un disco dispersivo. Al contrario, ''Hibaku Jumoku'' ha un'identità sorprendentemente compatta, costruita soprattutto sull'interplay tra i tre musicisti.
Il basso tuba di Bucci è fondamentale: non occupa semplicemente lo spazio che normalmente spetterebbe a un contrabbasso, ma porta dentro i brani una componente fisica, scura, quasi ingombrante.
Sopra, il sax di Gallucci può diventare melodia, disturbo, materia sonora, mentre la batteria di Inserra tiene insieme il tutto con groove che possono diventare improvvisamente ossessivi e aggressivi. Anche gli effetti e l'elettronica contribuiscono a deformare continuamente quello che si ascolta.
È proprio questa continua trasformazione a rendere il disco interessante. ''Hibaku Jumoku'' non sembra voler dimostrare quanto siano bravi tre musicisti a suonare jazz, né quanto possa essere originale sostituire un basso con un basso tuba.
La sensazione è piuttosto quella di tre persone che hanno trovato una formazione abbastanza anomala da permettere loro di smettere di preoccuparsi di come dovrebbe suonare un trio e concentrarsi su come vogliono farlo suonare.
Il risultato è ruvido, psichedelico, a tratti quasi fisico. Ci sono momenti in cui il disco sembra spingere verso il rock e altri in cui torna a una dimensione più libera e imprevedibile, senza che il passaggio sembri mai forzato. È una musica che non chiede necessariamente di essere capita, ma di essere attraversata.
E forse è proprio qui che il nome Hibaku Jumoku acquista il suo significato più interessante: gli alberi sopravvissuti alla bomba atomica di Hiroshima diventano una metafora di resistenza, ma anche della capacità di continuare a esistere senza dover tornare uguali a prima.
Il debutto omonimo degli Hibaku Jumoku funziona perché non cerca una formula da ripetere. Prende una formazione insolita, la porta al limite delle sue possibilità e lascia che jazz, punk, elettronica e improvvisazione si contaminino fino a diventare qualcos'altro.
Un disco che non ha bisogno di essere incasellato per avere un'identità: gli basta il suo modo ostinato di continuare a cambiare forma.