BRYAN ADAMS "18 til I die - Live at The Royal Albert Hall"
(2026 )
Ci sono album che ascolto. E poi ci sono concerti che riescono a riportarmi dentro una storia.
È quello che mi è successo con “18 Til I Die Live at the Royal Albert Hall 2024” di Bryan Adams. Un disco nato da un album del 1996, forse meno celebrato di ''Reckless'', ma che dal vivo trova una forza diversa. Più libera. Più fisica. Più presente.
Si parte con “18 Til I die” e il messaggio arriva subito: gli anni passano, ma non devono decidere chi siamo. Dentro possiamo restare curiosi, inquieti, vivi. È una canzone che non parla davvero di età. Parla di attitudine. Di quella parte di noi che continua a non arrendersi.
Poi arriva “Do To You”, con il suo ritmo trascinante e quel rock pop che sul palco funziona benissimo. “Let’s Make a Night to Remember” aggiunge sensualità, ironia e quella sfacciataggine che Bryan Adams sa trasformare in energia.
In “(I Wanna Be) Your Underwear” c’è leggerezza, quasi un sorriso. Poi “Star” cambia tutto. L’atmosfera si fa più morbida, più malinconica. E proprio lì si sente quanto questo live sappia alternare movimento e fragilità senza perdere il filo.
“You’re Still Beautiful to Me” e “I’ll Always Be Right There” portano in primo piano la parte più romantica. Sono canzoni che, ascoltate oggi, possono avere un peso diverso. Non perché siano cambiate loro. Siamo cambiati noi.
“I Think About You” mi fa fermare. Ha qualcosa di intimo, quasi sospeso, prima di lasciare spazio all’energia di “The Only Thing That Looks Good on Me Is You”, uno di quei brani che dal vivo rendono difficile restare fermi.
E poi c’è “Have You Ever Really Loved a Woman?”. Una canzone conosciuta da una vita, ma ancora capace di trovare un punto preciso dentro di me. Alcune melodie non invecchiano. Aspettano soltanto che noi torniamo ad ascoltarle con una consapevolezza diversa.
È questo che mi piace del live alla Royal Albert Hall: non è soltanto Bryan Adams che ripropone un album di quasi trent’anni fa. È un artista che prende quelle canzoni, le attraversa di nuovo e le porta nel presente.
Non è nostalgia. È continuità.
“18 Til I Die” non significa voler tornare giovani. Significa non lasciare che il tempo stabilisca i confini della nostra vita. Io gli anni li conto. Ma continuo ad avere bisogno di musica, di concerti, di emozioni, di canzoni da cantare a squarciagola.
Perché quando una canzone ci appartiene davvero, non ascoltiamo soltanto il passato. Ci ritroviamo dentro.
Voto 10. (Tatiana Lucarini)