BETH ORTON "The ground above"
(2026 )
Ci sono voci che non cercano il riparo del vento, ma scelgono di abitarne e diventarne pian piano la spaccatura.
E se c'è un benvenuto da dare all'autunno tanto sperato dopo mesi di canicola torrida, ecco la sua colonna sonora ideale.
Quella di Beth Orton (che con rammarico non ho mai visto live neanche quando è passata in Italia, mea maxima culpa) appartiene da oltre trent'anni a una categoria rara: è un'antenna tesa verso il cosmo, un corpo fragile che si fa carico di vibrazioni troppo grandi per essere trattenute, un canto autunnale prezioso.
Quando a metà degli anni Novanta inventò la formula del "folktronica" miscelando la polvere acustica di Nick Drake e Bert Jansch con i battiti sintetici dei Chemical Brothers o i loop sognanti della cattedrale trip-hop, la cantautrice inglese sembrava una creatura notturna sospesa tra i club di Londra e le brughiere del Norfolk.
Capolavori generazionali come ''Trailer Park'' (1996) e ''Central Reservation'' (1999) splendevano e vibravano incessanti in virtù di una freschezza inquieta, dove la vulnerabilità era protetta dallo scudo dell'elettronica moderna e da arrangiamenti che guardavano al futuro, portando una ventata di aria nuova nel cantautorato britannico. Senza mai strizzare l'occhio a mode, tendenze e altre volgarità.
Oggi, a quattro anni dal miracoloso punto di svolta di ''Weather Alive'' (2022), questo nuovo ''The Ground Above'' si presenta come l'opera più nuda, coraggiosa e intimamente ferita della sua intera discografia.
Se nei dischi storici degli esordi la fragilità della Orton veniva filtrata da una produzione ricca ed empatica – che la riparava dalle sue stesse intemperie interiori –, qui l'approccio è radicalmente opposto, e da tempo gli argini sono stati scossi, frantumati.
È un disco nato dal fango, dalla carne e dalla consapevolezza, e questa è una cantante che migliora con l'età disco dopo disco, facciamocene una ragione.
La Orton, che da sempre convive con pesanti problemi di salute cronici oltre che con vicissitudini personali, trasforma la sua "fragilità splendida" non in un limite, ma in un'arma acuminata di resistenza emotiva. Non c'è autocommiserazione in queste otto tracce prodotte in totale autonomia: c'è la dignità ancestrale di chi ha imparato ad abitare il dolore e ha deciso di aprirne le finestre per far entrare la luce.
Rispetto al passato, dove i chiaroscuri acustici si dissolvevano nei campionamenti, lo stile odierno agisce per sottrazione, seguendo una linea di continuità evolutiva che non si vedeva dai tempi di ''Daybreaker'' (2002). Diviso idealmente in due metà speculari – la prima frammentata e alla ricerca di un baricentro, la seconda aperta a melodie più calde ed espanse –, l'album si apre con la monumentale title-track: oltre otto minuti di ballata spettrale guidata da un pianoforte scheletrico che evoca il fantasma purissimo di Mark Hollis e dei Talk Talk tardivi, passando dal folk-rock d'autore a suggestioni quasi post-punk.
Qui la Orton raduna attorno a sé una sezione ritmica di fuoriclasse jazz (tra cui Tom Skinner, Tom Herbert e il polistrumentista Shahzad Ismaily) e lascia che a dettare i confini della melodia sia l'eleganza dolente della tromba di Christos Stylianides.
Se il singolo ''Waiting'' flirta con una squisita e classica immediatezza melodica al pianoforte, l'intensità che si respira in pezzi come ''Cigarette Curls'' o ''Celestial Light'' appartiene a una donna che guarda in faccia il tempo che passa. La sua voce si è fatta più scura, graffiante, quasi un sussurro sciamanico che si spezza e si ricompone sopra un tappeto sonoro caliginoso arricchito dai ricami chitarristici di un gigante come Adrian Utley, anima dei Portishead, e Dave Okumu.
''The Ground Above'' è un diario di sopravvivenza, maternità e disillusione politica. È musica fiera, ruvida, totalmente disinteressata alle logiche di classifica o alle fredde simmetrie dell'intelligenza artificiale a cui artisti come Beth ci invitano a non sottometterci mai.
Beth Orton canta dalle paludi dell'anima ma tiene lo sguardo fisso al cielo. Ed è proprio in quella crepa, dove la terra trema e la marea sale, che la sua musica torna a splendere in modo devastante. Un classico istantaneo per chi ama il folk che sa sporcarsi le mani con la vita.
Miglior disco dell'anno, senza se e senza ma. Voto 10. (Lorenzo Morandotti)