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KLARA LEWIS  "Opening"
   (2026 )

Fermi tutti. Qui abbiamo davvero qualcosa di sublime, nel senso che unisce bellezza e paura insieme.

Klara Lewis ha raggiunto il perturbante in musica, raggiunto tramite una sperimentazione che non è solo “effetti speciali” applicati agli strumenti musicali: la manipolazione del suono di per sé diventa un nuovo linguaggio.

Vado subito al sodo: uscito per Editions Mego, “Opening” è composto da brani che ribaltano la normale gerarchia di suoni e rumori. Lewis fa capire bene il concetto nel secondo pezzo, “City”. La compositrice, anzi “creatrice di mondi”, inverte il ruolo di strumento musicale dal vivo e sfondo ambientale.

Anziché sentire una chitarra ben distinta in primo piano, con in sottofondo il pubblico che magari chiacchiera e il traffico cittadino lontano, è la chitarra a venire immersa nello spazio urbano, diventandone uno degli elementi alla pari. Ne avvertiamo così il riverbero, che rimbalza sulle superfici, mentre un camion passa e copre il suono col fruscio dell'aria che sposta.

Ma sia in “City” che negli altri brani, accade un altro elemento che caratterizza l'album. Senza preavviso, la musica viene sovrastata dalla manipolazione estrema dei suoni, una distorsione totale che non è però solo “effetto”, ma diventa parte dell'alfabeto audio scelto da Lewis. Le sessioni di rumori comunicano con quelle di suoni naturali e di suoni in reverse, come quelli di “Ta Min Hand” e “Vaknar”.

Non pensate che siano esperimenti “freddi”, asettici. I loop creati sono altamente espressivi, direi in maniera radicale. Non potendo farvi ascoltare i suoni qui, solo scrivendovi queste parole, posso tentare di usare qualche suggestione cinematografica.

Questi sonorami (traduzione letterale di “soundscapes”) li vedrei calzare in quei film contemplativi, come quelli pacifici ed esistenziali di Wim Wenders, o quelli disturbanti di Von Trier e Haneke. Il discrimine dipende dal vostro stato d'animo.

“Feel” ripete febbrilmente dei colpi d'arco con una regolarità da incubo. Per questi tre minuti, mi aspetto la distorsione coi rumori bianchi... ma stavolta non avviene. Lewis sa disattendere le aspettative che lei stessa crea!

“Tide” contiene forse la scelta più estrema: un loop ripetuto per 11 minuti, che cresce gradualmente di rumorosità e di disturbo del segnale. Alla lontana, mi ricorda i “Disintegration Loops” di William Basinski.

“Forstätt” è un suono che sembra d'archi ma francamente inafferrabile, che crea un'attesa continua. Poi arriva “Bud” a giocare con note dritte e in reverse di pianoforte preparato ed elaboratissimo. Ma è inutile cercare di riconoscere gli strumenti: con “How Far?” perdo completamente la bussola. Ed è qualcosa di sublime, che mi toglie tutte le difese e il senso critico.

Continuano poi gli esperimenti con strumenti riconoscibili, come arpa e ukulele (“Small Harp” e “Drip”), il secondo sostenuto da un minaccioso basso synth che pian piano si prende tutta l'attenzione.

“Opening” è un universo dove perdersi, un'esperienza immersiva e d'impatto, realizzata con un linguaggio musicale originale di Klara Lewis, che apre nuove porte all'utilizzo tridimensionale e narrativo del rumore. Davvero sensazionale. (Gilberto Ongaro)