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DE' SODA SISTERS  "Si va avanti"
   (2026 )

Si definiscono agrifolk, e coi loro strumenti acustici attingono dalla musica popolare di tradizione anarchica, specialmente toscana.

Le De' Soda Sisters sono un trio proveniente da Rosignano Solvay, nota frazione di Rosignano Marittimo che prende il nome dallo stabilimento del bicarbonato di sodio, insediatosi lì nel 1912.

Chitarra, mandolino, cigar box, percussioni autocostruite... Ci sono pure i miei amati cucchiai, che ho sempre detto che suonerò da vecchio. Le De' Soda Sisters autoproducono l'album “Si va avanti”, distribuito per Materiali Sonori, e il loro agrifolk comincia con una ninna nanna.

Ma la loro “Ninna Nanna” non è normale, non dà il bimbo all'uomo nero. Prendendo spunto da Trilussa, addormenta il pargolo con uno sguardo lucido al mondo: “Tu non senti li sospiri e li lamenti de la gente che se scanna per un matto che comanna (…) Fa la ninna cocco bello, finché dura 'sto macello”.

Più avanti, un'altra ninna nanna si fa spazio tra i canti battaglieri, “Dindola Dondola”, e questa ha un carattere più fiabesco, tra cespugli di felce e gnomi.

La titletrack è autobiografica, ricorda come la cantante abbia iniziato a suonare dopo aver ricevuto un “mini ampli della Fender”, e racconta i primi pudori nell'esprimersi in pubblico: “Era come stare nuda di fronte a tanta gente. Era emozionante, mi sentivo in imbarazzo ed ho iniziato a capire che si canta attraverso tutto il corpo (…)”

“Serenata” è un canto di lavoro, diffuso tra i vetturini, cioè i mulattieri addetti alla smacchiatura del bosco, tra Casentino e Val di Sieve: “Oh colomba, le tue labbra son di pietra e calamita, quando le apri e le richiudi si distrugge la mia vita”.

“Il Grillo e la Formica” è una favola surreale, che racconta il matrimonio tra un grillo e una formica, che finisce in tragedia. Diffusissima in Europa in molte versioni, qui è sostenuta da un fortissimo strumming di chitarra. La versione più antica pare risalga al 1864.

“Il torto della ragione” dev'essere una canzone originale, composta dopo il pesante periodo del lockdown, quando ci siamo polarizzati in maniera irrazionale. Echi di Brecht risuonano in questa riflessione sul torto: “Andrà tutto bene se andrà tutto male, noi saremo ancora capaci di amare, sì di amare. Abbiamo pensato, andrà tutto bene e saremo ancora più vicini, ma non avevamo pensato a fondo che non esiste medicina per l'odio profondo. Dentro noi stessi cresceva il furore, dare agli altri torto e a noi ragione (…) Quando morirai la tua ragione sarà la sola che ti piangerà”.

“Versicoli quasi ecologici” è un 6/8 fatto di arpeggi di chitarra e numerosi cinguettii di uccelli, una canzone verde: “Chi per profitto vile, fulmina un pesce un fiume, non fatelo cavaliere del lavoro. L'amore finisce dove finisce l'erba (…) Come potrebbe tornare a essere bella, scomparso l'uomo, la terra”.

“Dai Monti di Sarzana” è l'inno del Battaglione Lucetti, formato da libertari uniti alla Resistenza, scritto nel 1944. Nel testo si cita Gori: “Fedeli a Pietro Gori noi scenderemo giù”. Più avanti, nell'album compare proprio una canzone dello stesso Pietro Gori, che scrisse per un anarchico giustiziato, “A Sante Caserio”.

Suonata a ritmo di beguine, la canzone difende Caserio, che pugnalò l'allora Presidente della Repubblica Francese Carnot: “E ti levasti in atto di dolore / d'ignoti strazi altero vendicatore / e t'avventasti, tu sì buono e mite / a scuoter l'alme schiave ed avvilite. / Tremarono i potenti all'atto fiero / e nuove insidie tesero al pensiero; / e il popolo cui l'anima donasti / non ti comprese, e pur tu non ti piegasti. / E i tuoi vent'anni in una feral mattina / gettasti al mondo dalla ghigliottina”.

Altro brano anarchico del 1926 è “E verrà il dì che innalzerem le barricate”, velocissimo pezzo contro lo “scudiscio del potente”, dove sarà il borghese a finire alla ghigliottina, per vendicare “chi morìa nell'officina”. C'è da dire che negli anni successivi avevamo fatto passi avanti nei diritti dei lavoratori, ma negli ultimi trent'anni invece abbiamo fatto passi indietro, per cui questi canti tornano tristemente attuali.

Termina l'album la doppietta “Non ci sono parole – Incipit” e “Non ci sono parole”. La prima è un recitato per voce maschile e femminile, contro la violenza: “La violenza, tutta, che si veste da giustizia, le mani rosso sangue di chi firma la sentenza. Non ci sono parole per l'indifferenza, muro sottile, fredda presenza”. Dopodiché, “Non ci sono parole” è appunto uno strumentale che chiude festosamente.

In questo divertentissimo album si sente tutta la necessaria contraddizione che da sempre accompagna il pensiero anarchico: il rifiuto della violenza di Stato e dei potenti, ma la difesa della violenza individuale, da parte di un anarchico che consapevolmente si prende la responsabilità del proprio gesto dimostrativo (sto pensando ad esempio a Gaetano Bresci).

È un controsenso insanabile, ma è anche ingenuo il pacifismo a tutti i costi che nasconde la pigrizia della resa al più arrogante. Però non sono qui per fare filosofia politica spicciola: lascio a voi la facoltà di decidere cosa pensare.

In ogni caso, il disco ci ricorda l'unica direzione possibile: “Si va avanti”, perché in questi anni di rimbambimento e inerzia generazionale, ricostruire una nuova umanità è più che mai necessario, e la musica agrifolk de le De' Soda Sisters, anche di per sé, senza badare alle parole, costituisce un'efficace e attraente provocazione, un ottimo punto di partenza per tracciare una narrazione alternativa a quella del conformismo sonoro di plastica. (Gilberto Ongaro)