AVON "Black on sunshine"
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A curiosare nello stato di salute del rock psichedelico, si avverte la sensazione che il quadro clinico sia in continua ripresa, grazie all’apporto di bands che praticano una fede inossidabile nei confronti di un genere che in molti reputano (a torto) datato.
A smentire i dubbiosi in questione ci pensa il collettivo californiano degli Avon, che impacchetta un prodotto formidabile come “Black on sunshine”, formato da 10 brani per oltre mezzora di grande musica.
Parliamo di un album che segue le 2 precedenti uscite “Mad Marco” (2016) e ''Dave’s Dungeon” (2018). Di certo, pensare che (stavolta) abbiano impiegato otto anni per scodellare qualcosa di nuovo, fa già presagire che i dettagli siano stati curati con dovizia ed attenzione.
Se ne ha già piena consapevolezza lasciando partire la titletrack, sfoderata con un’ottima “cazzimma” filo-grunge; ed il bel piglio mostrato lo confermano con la brusca “Never in a million years” e una schiera di… “Bandits”, mentre “Nineteen Bruises” risente di quella voluta pigrizia esecutiva che alimenta good-vibrations.
Con “Super furry antitode” i ragazzi si divertono un mondo, elettro-sincopando un episodio pazzoide ma top! Impossibile che, chi tratta tal genere, non possa rievocare echi Nirvaniani, come nella splendida “Doorway”: e, quindi, intuirete che di grinta qui ce n’è a iosa, venduta col giusto peso per non speculare troppo sulla bilancia dell’emulazione pacchiana, così come in “Strangest Love”, nella quale gira un frullato sagace di Portishead, Stone Temple Pilots, Pearl Jam e Velvet Revolver.
Cilegina finale: la serrata “Oblivion” viene posta in cima ad una torta, lavorata con maestria rocciosa e strati di puro Punk’n’Roll, ma sempre con creme di doglianze psych.
Ritmia gagliarda e quadrature narrative son ben certificate dagli Avon che (grazie al cielo!) non hanno la smania della prestazione ed escono dalla tana solo quando hanno qualcosa di sensato da ruggire.
Il prossimo album ancora tra altri otto anni? Con questi risultati di spessore, ne aspetteremmo anche 9: come il voto che si meritano oggi. (Max Casali)