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KASABIAN  "Act III"
   (2026 )

Non fatevi trarre in inganno per cortesia, qui non siamo al discount della musica, qui non si consuma ma si gode nell’ascolto, per cui non tranciate faciloni giudizi a un primo acerbo passaggio.

Ci vuole almeno una serie di loop autunnali profondi – almeno cinque o sei ma potrebbe durare tutta una notte, magari guidando in superstrada con il volume a palla - per capire cosa abbiamo tra le orecchie stavolta.

C’è tanto sotto la superficie e va capito. Basta sentire brani come “Soulmate” e “Hippie Sunshine”, "Silver Apples Eyes" che sarebbe piaciuta tanto a George Michael, e “Superpowers”.

Rspv Gorillaz? Forse. Ma aspettate.

C'è stato un momento in cui il destino dei Kasabian è sembrato appeso a un filo, ma con il loro nono sforzo in studio, "Act III", la band di Leicester mette con tutta probabilità a segno il colpo della maturità e si candida a piantare una bandiera svettante in cima alla collina conquistata per merito e non per caso, trovando un miracoloso punto d'incontro tra il kolossal pop contemporaneo e la più pura sperimentazione analogica.

Il disco non si presenta come una semplice collezione di canzoni usa-e-getta da streaming, vivaddio, ma assume la forma di un vero e proprio dramma in tre atti – con tre brani strumentali che a ben vedere sono la chiave di volta metafisica del lavoro, capace di capitalizzare la massiccia onda d’urto commerciale ottenuta grazie alla collaborazione transatlantica con Calvin Harris nella hit da club "Release The Pressure".

Se quel viaggio nei territori sintetici da festival poteva sembrare un diversivo commerciale per le masse, "Act III" rimette con forza la band al centro del villaggio rock britannico del primo quarto di secolo XXII, ridefinendone l'orizzonte e l'urgenza espressiva con un grado invidiabile di maturità come si diceva, che permette di metabolizzare i campionamenti mentali e i mille riferimenti sonori che emergono ascolto dopo ascolto in un disco che rischia pericolosamente di dare dipendenza lisergica, oltre a farci muovere anche e ginocchia come pochi altri.

Il baricentro emotivo e sonoro del progetto risiede nel singolo "Great Pretender", un inno euforico, viscerale e irresistibile che ha l’ambizione (e chi non ce l’ha?) di diventare generazionale.

Scritto interamente da Serge Pizzorno, il brano affronta a viso aperto la sindrome dell'impostore, spogliandola della sua veste di debolezza paralizzante per trasformarla in benzina sul fuoco della creatività.

Nelle parole dello stesso Pizzorno, la traccia è la traduzione in note di quel brivido sacro che si consuma dietro le quinte: un istante esatto prima che le luci in sala si abbassino e il palco rimanga l'unica realtà possibile a cui aggrapparsi.

In un'epoca in cui le carriere soliste e gli ego frammentati cannibalizzano l'identità profonda dei complessi storici, questo album brilla soprattutto per come celebra e nobilita il ruolo del gruppo.

I Kasabian oggi non operano come una fredda somma di individualità, bensì come un organismo coeso, una macchina ritmica sintonizzata sulle frequenze del proprio tempo, e poco importa a questo punto che sia stato prodotto da un computer o da un ammasso di neuroni di sapiens, talmente siamo nel postumano, immersi fino al collo in qualcosa che atterrisce e seduce come l’IA, anzi verrebbe da dire che album come questi sono la colonna sonora del postumano punto e basta e a capo.

E torniamo ai nostri, al loro ammiccare ai generi per triturarli in una satura lanx sapida e ritmica che rischia di dare dipendenza.

La transizione di Pizzorno a frontman assoluto e leader carismatico – un po’ come avviene con i Kula Shaker di Crispian Mills - è ormai pienamente metabolizzata dal pubblico e dai compagni, ma la vera forza del disco risiede nella risposta corale e monolitica della band alle sue intuizioni visionarie.

Le linee di basso pulsanti, le percussioni tribali dal sapore ancestrale e i muri di sintetizzatori non sono orpelli o arrangiamenti di contorno, ma la spina dorsale biologica che permette alle chitarre psichedeliche e alla voce velata, roca e immediatamente riconoscibile di Serge, di fluttuare nell'aria senza mai perdere il contatto con la terra.

La band si muove all'unisono, compatta e feroce, confermando lo status dei Kasabian come una delle istituzioni del rock d'Oltremanica più resistenti, necessarie e importanti del XXI secolo come detto. E vederli dal vivo immagino sia una festa per tutti i sensi.

Che se la gioca con quanto possono ancora garantire i Chemichal Bros in un vicino pianeta rispetto a quello in cui i Kasabian risiedono oggi.

Un'analisi profonda merita senza dubbio l'architettura tecnica del disco e come è stato inciso, specchio di un artigianato sonoro d'altri tempi. Registrato in uno stimolante dualismo logistico tra le mura calde e ultra-accessoriate del The Sergery (lo studio privato di Pizzorno) e i banchi di missaggio del prestigioso Club Ralph, l'album beneficia di una produzione firmata a quattro mani da Pizzorno e dal Re Mida delle console Mark Ralph.

Questa combinazione strategica ha permesso ai musicisti di isolarsi in una bolla creativa protetta e priva di pressioni esterne, per poi andare a rifinire il materiale in un ambiente ad altissima fedeltà acustica.

Il risultato finale è un sound stratificato e profondo: 10 tracce principali sapientemente intervallate da tre interludi strumentali che agiscono come veri e propri stacchi di montaggio o capitoli letterari.

La produzione di Ralph ha il merito di ripulire le frequenze per l'FM senza mai smussare gli angoli più spigolosi e distorti del gruppo, riuscendo a fondere ritornelli pop di grande impatto emotivo — pronti a infiammare i grandi stadi — con deviazioni lisergiche, acidità vintage e calde saturazioni analogiche.

Nelle sue precise intenzioni "Act III" rifiuta ogni trucco artificiale ed è bizzarro che lo faccia appunto come detto come inno al postumano; cattura l'urgenza fisica e la sudorazione della performance live pur mantenendo una precisione chirurgica nei dettagli microscopici del mix.

È la dimostrazione che il rock, quando ha questa caratura (e lo abbiamo visto in altri album recenti che andrete a scoprire nella playlist del sito Music Map) sa ancora come mettere in scena il migliore e più autentico spettacolo della stagione.

Per comprendere appieno la portata di questa operazione, è necessario collocare "Act III" all'interno della loro densa linea temporale discografica. Se l'omonimo debutto del 2004 e il seminale ''Empire'' avevano codificato un electro-rock marziale, ruvido e orgogliosamente working-class, e il capolavoro ''West Ryder Pauper Lunatic Asylum'' si era spinto verso una visionaria psichedelia cinematografica, questo nuovo lavoro non rinnega quel passato, ma ne rielabora i codici con una consapevolezza pop tutto sommato inedita.

Non c'è più la spavalderia nichilista degli esordi, né la pura rabbia di ''Velociraptor!''; al loro posto emerge una maestosità geometrica che deve molto alla pulizia formale dei dischi più recenti, ma che qui ritrova la sporcizia analogica del legno e delle corde che i puristi andavano cercando da tempo.

I Kasabian evitano la trappola dell'auto-plagio nostalgico: non cercano di rifare "Club Foot" o "Fire", ma distillano quell'attitudine da arena innestandola su strutture armoniche più complesse, capaci di reggere il confronto con i giganti del pop globale senza perdere un solo grammo della propria leggendaria spigolosità autenticamente e sapientemente rock.

Forse viene da dire che con gente come i Kasabian il rock non è ancora morto, anche se da decenni lo diamo per tale. Voto 8. (Lorenzo Morandotti)