recensioni dischi
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LIVA  "Ecce mundus"
   (2026 )

“Ecce Mundus” dei Liva è uno di quei dischi che non si limitano a confermare una formula: la rinnovano dall’interno, la scolpiscono con una cura quasi liturgica, la portano a un livello di compiutezza che solo una band con una visione così singolare poteva raggiungere.

A quasi trent’anni dalla fondazione a Sherbrooke, il quartetto continua a muoversi in quel territorio liminale dove il symphonic power metal incontra la vocalità classica e la lingua latina, trasformando ogni brano in un rito sonoro che non assomiglia a nient’altro nel panorama heavy contemporaneo.

I Liva hanno costruito la propria storia su un’idea tanto semplice quanto radicale: cantare metal in latino con impostazione lirica, senza rinunciare alla potenza elettrica del genere.

In ''Ecce Mundus'' questa identità non è solo preservata, ma rifinita con una maturità evidente. Il disco suona come il punto di convergenza tra le ambizioni dei lavori precedenti — dal ''Requiem'' del 2002, con la sua rilettura metal della messa latina, fino alle esplorazioni medievali di ''De Insulis'' e alle tensioni più moderne di ''Human Abstract'' — e una nuova consapevolezza compositiva.

Il cuore pulsante dell’album è la dialettica vocale tra Nadine Guertin e Pier Carlo Liva. Guertin, con il suo soprano limpido e controllato, porta una dimensione sacrale, quasi cerimoniale. Liva alterna tenore e growl death, creando contrasti che non sono mai decorativi: sono parte integrante della drammaturgia sonora.

Questa alternanza non è un semplice gioco di opposti, ma un dialogo che dà forma all’intero disco. La lingua latina, lungi dall’essere un vezzo, diventa un vettore emotivo: amplifica la solennità, scolpisce le linee melodiche, conferisce un’aura di universalità arcaica.

Martin Tremblay e Claude Lacroix formano una sezione ritmica che non si limita a sostenere: spinge, incide, modella. Il basso è caldo e presente, spesso protagonista nei passaggi più atmosferici; la batteria alterna solennità marziale e impeto power metal con una precisione che non soffoca mai la componente sinfonica.

Le chitarre e l’elettronica di Pier Carlo Liva completano il quadro con arrangiamenti che non cedono alla ridondanza tipica di certo symphonic metal: ogni elemento è calibrato, ogni crescendo è costruito con attenzione architettonica.

''Ecce Mundus'' è un album che vive di equilibrio dinamico: quando la band accelera, lo fa con una potenza che non sacrifica la chiarezza, ma al tempo stessi quando rallenta, lascia emergere la componente lirica senza scivolare nel melodramma.

Il risultato è un sinfonismo che non si appoggia su sovrastrutture barocche, ma su una scrittura solida, quasi cameristica. Non sorprende che i Liva abbiano suonato con un’orchestra da camera già nel 2002: quell’esperienza sembra aver lasciato un’impronta permanente nel loro modo di concepire gli spazi sonori.

“Ecce Mundus” è un disco che conferma i Liva come una delle realtà più originali e coerenti del metal sinfonico internazionale. Non cerca di stupire con artifici, non rincorre mode: affina una formula che la band ha reso propria, portandola a un livello di maturità che pochi ensemble possono vantare.

È un album che parla una lingua antica, ma lo fa con un’urgenza contemporanea. Un lavoro che non si limita a esistere: si impone, con eleganza e potenza, come testimonianza di un percorso artistico unico nel suo genere. (Andrea Rossi)