CHRIS HORSES & THE SLOW SMOKE "Nowhere bound"
(2026 )
Nelle province italiane, nei luoghi lontani dai centri che forniscono un'identità precisa, si cerca di colmare quel vuoto guardando fuori, di solito verso ovest.
C'è chi lo fa con il reggae, di solito tradotto nel dialetto locale, e c'è chi invece diventa un cowboy, e questo è il caso di Chris Horses & The Slow Smoke.
La band del fumo lento pubblica un album dal titolo programmatico, “Nowhere Bound”, legato a nessun luogo, uscito per Devil's Fork Records.
I testi sviscerano questa mancanza di legami e di insofferenza (“I can't take it anymore”, cantato in “White Flag”), ma la musica è ben legata a vari stili a stelle e strisce.
La prima canzone dell'album, da sola può trarre in inganno: “SLOSMO” è un lento che suona come post rock, di quello che giganteggia.
Da “White Flag” in poi si mette a fuoco la dimensione umana e calda del southern rock, come quello di “Rocks On The Street”, che a volte diventa direttamente country, come in “Cheeserolling” e “Shine On Rain”, con tanto di arpeggi di banjo.
“If I Broke Your Heart” alterna una parte spinta a una parte più morbida, e nel ritornello ci sono dei cori di “uh uuh” che sembrano omaggiare “Sympathy For The Devil” dei Rolling Stones.
L'album prosegue con questa direzione in “The Party's Gone” e “Feel It Coming”, e poi conclude con un altro lento, che però non ha nulla di “post”, è un normale lento rock.
In “Goddamn Love Song”, il cantante chiede alla donna perplesso se l'ama, perché lui non si fida di sé: “Do you love me, honey? 'Cause I don't even trust myself”.
Significativo che l'album si sia chiuso con queste parole: l'insicurezza fa parte del campionario di sentimenti regalati a chi abita in provincia, lo dico scrivendo da una provincia ed essendo cresciuto in una frazione isolata dal centro.
Ma una sicurezza viene trovata da Chris Horses & The Slow Smoke nella musica, che fa pensare ancora all'America, ormai non più quella reale e attuale: è un Eldorado che ben conosciamo, tra cactus, Montagne Rocciose e sogni di libertà. (Gilberto Ongaro)