HASSAN K. "Gharbzadeh"
(2026 )
Negli ultimi anni, la scena occidentale “leggera” (includendo anche metal e proposte sperimentali) è intrigata dai microtoni. Inoltre, da quando gli Angine De Poitrine sono diventati un meme, la conoscenza di queste note “insolite” è diventata virale.
Se mi è consentito dirlo, quel duo canadese è sì bravo, ma non riesco a interessarmene. Il motivo è molto tecnico, cerco di spiegarlo in maniera grezza: gli Angine De Poitrine usano i microtoni solo come “condimento”.
Le canzoni partono da una nota “normale” e finiscono sulle note “normali”, mentre i microtoni vengono usati solo nel mezzo, come decorazione. Sorprendente sì, ma pur sempre decorazione, non fulcro; da chi usa la microtonalità, mi aspetto che sfrutti l'occasione per creare nuovi accordi o melodie, che corrispondono allo scoprire un nuovo colore.
Ecco, forse questa capacità la possiamo trovare guardando a oriente, dove i microtoni, perlomeno i quarti di tono, sono già di casa. Tutta questa riflessione mi è scaturita nella mente, ascoltando con entusiasmo il disco “Gharbzadeh” di Hassan K.
Uscito per Carton Records, Cheap Satanism Records e molte altre in coproduzione, quest'album unisce in maniera davvero acuta una pletora di stili, ognuno collocato in un percorso personale dell'artista franco-iraniano: strumenti tradizionali persiani come il khamancheh e il setar, però elettrico; surf rock; metal; elettronica di quella digital hardcore (come gli Atari Teenage Riot, per capirci, violentissima)... e math rock.
Sarà che in questo periodo sto facendo una riscoperta di Zucchero, ma anche se i generi sono totalmente diversi, rivedo qui quell'approccio a unire generi distanti in una formula originale; come nel caso del bluesman reggiano, fondendo rhythm and blues e pop italiano, e nel caso di Hassan K, la musica persiana con rock ed elettronica.
Hassan K., al secolo Keyvane Alinaghi, non fa percepire la commistione di generi come appunto una commistione: tutto funziona come un unico mondo in sé coerente. Ad esempio, il brano d'apertura, “Khwajeh ye hikmat”, inizia con quaranta secondi di rumori bianchi pesantemente elaborati, per poi avviare una ritmica pesante elettrorock, dalla complessa costruzione matematica, e un riff di setar distorto. Fa paura.
Le sequenze melodiche toccano i quarti di tono, a volte creando la tipica corsa del surf come in “Zahir”, ma seguendo le scale di casa. “Karak ve taryak” è accompagnata da un sinistro videoclip animato su YouTube, dove il protagonista, una specie di insetto di pongo, suona chiaramente un pungi; ma se si spulcia il canale di Hassan K, in un video del 2014 si scopre che egli si è costruito uno strumento a fiato elettronico: un flauto midi, che a scelta può diventare duduk, kaval, bansuri, balaban, zourna, ney... e pure didjeridoo! Quindi, probabilmente, sta suonando questo strumento.
Hassan K. è un one-man-band. Molti dei suoni che realizza vengono lanciati dal PC in live, e lui con la chitarra e il flauto midi sa riempire il palco da bravo intrattenitore, coi suoi movimenti scattosi e l'headbanging. I brani sono dodici, e in ognuno potete trovare sorprese diverse, come i cambi di tempo repentini in “Baba karam”, ma uno degli episodi più notevoli e “Ma bad al tabi at”.
All'inizio, la dolcezza del kamancheh, strumento a corda affine al violoncello (per capirci), fa pensare nei primi due minuti che siamo ad un brano inizialmente lento e sognante... per poi trasformarsi in un math rock con chitarra distorta e fisarmonica!
Darbuka e synth bass taglienti si incontrano in “Asra”, e a questo punto mi viene un dubbio, che probabilmente è lo stesso che negli anni '80/'90 muoveva i critici di Zucchero (non ho voglia di indagare se è vero, magari è tutto nella mia testa). Quel che fa Zucchero, è frutto della colonizzazione a stelle e strisce nella nostra bella Italia, oppure è una riappropriazione culturale di stili afroamericani italianizzati?
La domanda non è peregrina, perché il titolo dell'album di Hassan K, “Gharbzadeh”, significa proprio “occidentalizzazione”. L'artista sta consapevolmente contaminando i suoni della propria cultura con uno stile prettamente californiano come il surf rock, oltre all'elettronica estrema, che solitamente si ritrova nell'Europa continentale, nei club più di nicchia e/o più politicizzati.
L'esperimento quindi non è solo estetico, ma anche identitario e di resistenza culturale. L'Iran attualmente è sotto invasione. Chiamatela come volete, ma c'è una potenza straniera che si arroga la facoltà di decidere del destino degli iraniani, alla faccia dell'autodeterminazione dei popoli e del diritto internazionale.
Dunque, piegare uno stile, diciamo “degli invasori” alle abitudini armoniche della propria terra, significa ribadire, riappropriarsi della propria estetica, contemplando la presenza altrui in maniera pacifica ma risoluta.
Non è un rock con influenze persiane, è il contrario: è musica iraniana con influenze occidentali. Il criterio è invertito (e finalmente). L'intenzione battagliera si sente evidente nella caotica “Morbarzeh kon”, mentre in “Khangah” l'atmosfera resta rilassata, quasi ambient, con tanto di uccellini che cinguettano.
“Gij shoden” è talmente complicata che mi fa pensare ai Dream Theater, mentre “Bazgash bah soal” sembra andare nel jazz, con un sassofonista come ospite, ma l'esito è talmente imprevisto che non ve lo so descrivere correttamente. Infine, “Cibanarrii” è tutta costruita su una melodia infinita, suonata all'unisono da tutti gli strumenti, e rincorsa dalla batteria elettronica con veemenza.
Questo è davvero un disco gustoso, di un artista da far scoprire il più possibile! (Gilberto Ongaro)