SAM SMITH "Hazel eyes"
(2026 )
Sam Smith è un nome che pare uno pseudonimo per quanto è convenzionale.
Eppure esiste, ed è consistente la sua presenza nel panorama internazionale. E alla sua età ha già avuto tutto quello che un cantante soul potrebbe desiderare, anche se è britannico e non è di colore ed è pure ricco di famiglia, Oscar compreso, e i favori planetari della comunità che fa del politicamente corretto un idolo cui tutto sacrificare.
Ora è tempo di bilanci, il signorino è ormai maturo e viaggia autorevolmente in mare aperto. Il suo nuovo disco inizia con ''Evelasting love'', un brano meditativo dignitoso che si può proporre autorevolmente come la colonna sonora ideale per questo autunno che si fa finalmente sentire, tra temperature decisamente variabili e foglie che cadono.
Un po’ cinematografico quindi, se si vuole. A un passo dal melenso e dal melodrammatico e dal già sentito, ma accortamente trattenuto anche nelle canzoni successive. Prende per una istintiva carica di autenticità, che rigurgita in maniera tutto sommato accattivante e con una cura maniacale dei dettagli moduli espressivi già ampiamente sedimentati per restituirli in un amalgama che ha la parola classe come cifra distintiva, anche quando tenta di esagerare nell’affastellare stilemi come in ''Moondance''.
Dove andrà la musica nel XXI secolo è presto per dirlo, ma questa è una direzione possibile: tanti piccoli romanzi o viaggi dell’eroe condensati in pochi minuti di canzone, mondi in miniatura. Costellazioni compresse e che sta alle nostre orecchie e a quel che ci sta in mezzo dilatare, decomprimere, cogliendo le suggestioni per come vengono. Noi critici possiamo solo suggerire come ascoltare questa roba, sarebbe auspicabile un duetto - pur considerando i vent’anni di differenza - con Antony (oggi Anhoni) and the Johnsons.
Fin qui le note buttate giù al primo ascolto, lo confesso, senza avere mai messo a fuoco la carriera di un artista che invece merita rispetto e attenzione.
Adesso qualcosa di più meditato. Eh sì, perché c’è un momento preciso, nella traiettoria delle grandi popstar contemporanee, in cui il bisogno di stupire lascia il posto alla necessità di durare, all'arte di levare, di essere autentici senza superfetazioni.
Per Sam Smith, quel momento è arrivato senza se e senza ma e si chiama ''Hazel Eyes''. Uscito lo scorso agosto, il quinto lavoro in studio dell’artista britannico si presenta non solo come il successore del patinato ''Gloria'' (2023), ma come un vero e proprio manifesto di maturità che ridefinisce il ruolo di Smith nell’affollato panorama della musica globale odierna.
In un’epoca dannatamente complicata e grigia, dominata da algoritmi frenetici e produzioni iper-compresse per guadagnare click sulle piattaforme digitali dove impera la melassa, Smith compie una scelta controtendenza e coraggiosa: rallentare, spogliare il suono e rimettere al centro la pura performance vocale, che è eccellente. E vivaddio quanto lo sa fare bene.
''Hazel Eyes'' è, per ammissione dello stesso artista, "un'ode accorata alla città di New York", quella grande mela eternamente cangiante che oggi chiama casa. Ma è soprattutto un trionfo di intimità romantica e artigianato analogico.
Se ''Gloria'' esplorava le piste da ballo e la liberazione edonistica, ''Hazel Eyes'' nasce nella penombra degli storici Electric Lady Studios del Greenwich Village. Qui, Smith ha blindato le sessioni per oltre tre anni, lavorando a stretto contatto con una cerchia ristrettissima di amici e menti illuminate, in session in cui ha fatto capolino anche Norah Jones.
Il ruolo di Sam in cabina di regia, come co-produttore al fianco dello storico collaboratore Simon Aldred e di David Odlum, si avverte in ogni singola scelta stilistica. L'album merita tantissimi ascolti, altro che le note che vi ho propinato all’inizio. Percepitelo, fatevi attraversare dai suoi colori. Vive di sfumature folk e jazzate, grazie ai contributi di musicisti colti: la cantautrice canadese Feist, il polistrumentista d'avanguardia Shahzad Ismaily e gli arrangiamenti d'archi curatissimi di Rob Moose.
Brani come il secondo singolo ''To Be Free'' – una gemma folk catturata in un unico raddoppio di voce e chitarra, impreziosita da un coro polifonico – mostrano una scrittura che sa di legno, fumo e verità, lontana anni luce dai sintetizzatori del passato.
E allora a che gioco giochiamo con Sam? Per capire l'importanza di questo disco, è necessario guardarlo nello specchio della discografia di Smith: ''In the Lonely Hour'' (2014) e ''The Thrill of It All'' (2017) erano gli album del dolore giovanile, del melodramma soul che ha commosso il mondo con fiumi di lacrime. ''Love Goes'' (2020) e il citato ''Gloria'' (2023) rappresentavano la transizione verso il pop elettronico, l'esplorazione dell'identità queer attraverso la club culture. Altro passaggio necessario di crescita, senza dubbio.
Ora ''Hazel Eyes'' rielabora entrambe le anime. Non c'è la disperazione degli esordi, né la provocazione da classifica dell'ultimo periodo. C'è una serenità nuova, una vicinanza emotiva che brilla in tracce come ''My Guy'' – un pezzo che cattura letteralmente il calore di un pomeriggio estivo a Manhattan – o la commovente ''Oh Mother'', supportata dal TwoCity Chorus. Anche l'episodio finale, ''Constant Companion'', mantiene intatta una vibrante spina dorsale acustica.
E a proposito di duetti impossibili, pensate (prima che ci pensi l’IA) a cosa sarebbe stato un duetto tra Sam e Amy Winehouse. Insomma, oggi Sam Smith non è più solo una delle voci più iconiche della sua generazione; con ''Hazel Eyes'' si impone come un artista-artigiano. In un mercato che spesso usa l'identità come un brand, Smith usa la musica come un diario onesto.
La transizione dal pop sintetico a questo calore analogico dimostra che si può essere rilevanti anche sottraendo, anziché aggiungere rumore.
L'incredibile legame con il pubblico è stato testato dal vivo durante la lunghissima residency To Be Free, partita nell'ottobre 2025 al Warsaw di Brooklyn, passata per il Castro Theatre di San Francisco e per i palchi del Messico, fino ad approdare nel Regno Unito (tra Manchester e il Coliseum di London). Sul palco, circondato da ospiti del calibro della citata Norah Jones, Ed Sheeran e Brandi Carlile, Smith ha dimostrato che queste nuove dodici canzoni non hanno bisogno di trucchi di produzione per reggere il palco.
''Hazel Eyes'' è probabilmente quindi un album che nasce già classico, senza tempo, che profuma di vecchio buon vinile e che probabilmente resterà come il capitolo più autentico della sua carriera e comunque uno dei più significativi di questi ultimi anni. Se il ruolo di disco migliore dell’anno l’ho già attribuito e tale rimane inossidabilmente, accidenti ragazzi, mi venisse un crampo all’orecchio se questo non è perlomeno da podio.
Voto 8. (Lorenzo Morandotti)