SILVI "Il peso del mondo"
(2026 )
C’è una domanda, che mi spunta, come logica riflessione, nell’ascoltare l’e.p. d’esordio di Silvi (Federico) “Il peso del mondo” e cioè: quanti artisti avrebbero l’ardire (e l’ardore) di confezionare brani ridotti all’osso senza temere l’assenza di una ricchezza assemblativa che sembra, un tantinello, la tendenza di oggi mascherata da ansia da prestazione?
Di certo, se lo può permettere solo chi sa bene il fatto suo e Silvi, con un parterre di esperienze live e di bands (Jackie O’Farm, The Candydates e i Denti di Cane) se lo può permettere a testa alta e senza tremori, poiché i sei brani in essere portano avanti soluzioni minimali di cantautorato raffinato e bisbigliante, nel quale la forza trainante è quella di eleggere l’essenzialità strumentale come fiore all’occhiello.
Inoltre, nella schiera delle tematiche affrontate, che vanno dalle falsità delle narrazioni sociali e geopolitiche alla disumanizzazione frenetica, brani come “Più grande” e la stessa titletrack, indossano un outfit altamente meditativo, con annesso un pathos vellutato e significativo, mentre la natia Livorno è passionalmente descritta con sincopati di chitarra assestati con maestria, come se il protagonista fosse seduto davanti ad un falò e lo sguardo adorante verso il mare.
Visto che, per questo esordio, Silvi ha chiamato in causa il producer e bassista Daniele Catalucci (già all’opera con Virginiana Miller), perché non coinvolgerlo anche per una track? Detto, fatto! La strumentale “Arabica” vi porta liberamente a fantasticare tra nostalgie e groppi alla gola ma con acce(tta)zione saggia e matura.
Invece, il bruciante dualismo tra “Il bene ed il male”, che aleggia continuamente sulle nostre teste, è un’elegiaco grido verso i giochi di Potere e gli interessi economici che alterano, con cadenza regolare, gli equilibri del mondo e le teste deI popolI passivI e poco propensi ad una ri(e)voluzione salvifica.
“Il miele e il fuoco” è il punto focale dell’amore, con al centro il grande ruolo che permea la donna nel tessuto esistenziale e Federico la ringrazia con una dolcissima e toccante ballad, invitando a tenere alta l’attenzione sulla violenza che subisce e la speranza che qualcosa cambierà (?).
Un disco minimale, equilibrato, ma amplificato con l’ideologia che conta, per sopportare meglio “Il peso del mondo”. (Max Casali)