MELANCHOLIA "I figli della pioggia"
(2026 )
Per essere un EP di 6 brani, “I figli della pioggia”, uscito per Pioggia Rossa Dischi e BOC Music Group, è molto variegato. Il nuovo lavoro dei Melancholia traduce in suoni diversi le sfaccettature della stessa ispirazione, quella data dallo sguardo della loro terra umbra.
Per i non umbri, l'introduzione “Il reame (intro)” corrisponde alle aspettative: due minuti e mezzo di cui i primi due minuti sono un ambient bucolico, con scorrere dell'acqua, versi di rane e galline e suoni morbidi di tastiere e chitarre. Ci mancava solo il campanello di una bicicletta per far comparire Don Matteo...
Ma invece, gli ultimi trenta secondi dell'introduzione cambiano tutto. Uno scoppio elettronico, e il brano affonda in un ambient di senso opposto, un clima post apocalittico, come se la terra ridente svelasse il suo Sottosopra, un paesaggio inquietante nascosto.
Su questa trasformazione parte il secondo brano, “Arya”, e su un rock elettronico con influenze drum'n'bass, la voce di Benedetta esprime il suo disagio: “Dai, ma non vedi mai che mi manca l'aria, l'aria… am I wasting my time? (…) 1 2 3 4 dai, respira (...) Da quando vedo bene, vedo nero”.
Questo disagio mi ricorda quello degli Heat Fandango, rock band di Ancona, che si sente soffocare da quella città “piegata sul mare (...) che non vuole cambiare”. Ma ragazzi, cosa non va in Centro Italia? Ve lo chiede uno della provincia di Padova che, se potesse, verrebbe a vivere là, scappando dalle polveri sottili e dal raffreddore cronico che gli regala la Pianura Padana...
L'EP prosegue entrando in un synth pop anni '80 nella canzone “Schifo”, dove c'è una confusa reazione al disagio: “Ho rotto il ventilatore, gli ho dato un calcio ed in pezzi è caduto dal tetto (…) la stanza attorno a me si muove, sembra una sala d'aspetto (…) io mi caverò gli occhi ed il cuore nel petto se mi levi l'amore”.
Con la ballata “Millelame” entriamo in un pop gotico che ricorda quello di Alanis, dove il tempo appare come una condanna fisica: “Ogni minuto che scocca, una lama nel petto, una lacrima rossa (...) hai mille lame dentro al cuore, che sembrano lancette”.
Poi arriva il mio pezzo preferito di questi sei, “Pillola”, da nostalgico del rock anni '90, perché questo è un lento che guarda le scarpe (shoegaze, scusate la freddura...), e anche il testo è molto anni '90, nella cerca di una fuga chimica: “Con un uncino toglierei i pensieri che non vanno via. Non bastano le mani, siamo tutti incasinati a lasciare un po' di soldi in terapia. Vorrei una pillola che tolga i ricordi che non vanno via”.
Il brano ha una pausa per uno spoken word, una parte recitata da Benedetta che diventa urlata nella drammatica ripartenza della band. E infine il brano di uscita si chiama “Il Bardo (outro)”, rivelando un personaggio che in realtà ci ha subliminalmente accompagnato durante l'EP.
Arpeggi di chitarra acustica accompagnano la voce che parla di libertà, ma la musica all'improvviso si arresta, sostituita da un rumore di matita che disegna su fogli di carta, raggiunta dai suoni bucolici dell'inizio. È forse il Bardo che ha scritto tutta questa storia cantata?
“I figli della pioggia” è un piccolo gioiellino dei Melancholia, che attira l'attenzione ed è scritto con una buona capacità narrativa, senza essere didascalico. (Gilberto Ongaro)