THEFT GIACOMO GRASSO "Giano bifronte"
(2026 )
Il cantastorie Theft Giacomo Grasso, classe '72, è un artista multimediale (grafico, polistrumentista, videomaker, designer...) che, assieme al clarinettista Fabrizio Repetto, decide di dare forma a nove canzoni.
E per fare questo usa come materia prima ricordi personali e geolocalizzati a Genova, in punti precisi dello spazio e del tempo, oltre che una personale commistione di elettronica, strumenti acustici e voce a volte naturale, più spesso filtrata tramite diversi effetti.
Uscito per Terzo Millennio, “Giano Bifronte” conta nove canzoni. L'antico dio è legato alla città di mare, e coi suoi due volti ci accompagna partendo dalle sirene. Però Theft intende le sirene che suonano e accompagnano le navi, non le figure mitologiche, nel pezzo “Sirene Foranee 1909-1922”.
Gli anni a fine titolo si riferiscono a un viaggio di migrazione, e la musica fa incontrare un fondale fatto di pad di sintetizzatori con una melodia di bouzouki. Impossibile per me non pensare all'inizio di “Sidún” di De André...
Le parole del viaggiatore guardano cosa lascia alle spalle: “Lascio tutti i sogni alla madre che li custodisca tra le sue mani. Spiagge di ombrelloni di anni fa, ora ho solo il mare nella mia vista”.
Con “Doschisciotte el amor nunca muere” (i titoli sono scritti tutti così, con una specie di sottotitolo che viene scritto di seguito, senza trattini), l'eroe di Cervantes si ritrova catapultato ai nostri giorni: “Niente mulini a vento, solo pale eoliche”.
Qui la voce inizia a subire le sue prime trasformazioni, ma saranno ancora più invasive in “Curve cieche il fischio del vento”, ricordando un po' gli esperimenti di Battiato in “Il cammino interminabile”.
Nell'arrangiamento elettrorock si innestano le note di clarinetto di Repetto, mentre i ricordi del cantastorie si soffermano su una ragazza di nome Dafne.
“Hikikomori in disparte” affronta la solitudine e i pensieri che genera: “Quante ragioni mi restano per non evaporare come le code delle comete”.
“Nuvole avvolte a volte” gioca con le pareidolie: “Cadevano i pensieri dalla lanterna, ti alzerai dalla realtà con le tasche vuote, e molte più nuvole, lasciare giocare, un cavallo un bambino, una bomba atomica”.
“Astri maree canone” è un momento di Repetto protagonista: è un ambient avvolgente, con suoni che vagano da sinistra a destra nelle cuffie, sul quale si staglia il clarinetto, con una melodia placida.
Evocativa è “La ragazza dissolvenza Angelo Oneto”, fantasia che parte dalla statua dell'Angelo Oneto, dello scultore Giulio Monteverde, presente nel Cimitero di Staglieno, dove il nostro si allenava a disegnare.
“Mare di stelle” è una dedica alla madre, prematuramente scomparsa, alla quale Grasso prometteva di portarla a vedere panorami mozzafiato: “Tutte le stelle ci vengono incontro, confusamente il tempo scorre senza di noi. Un tramonto ogni volta che vorrai”. Il clarinetto procede in maniera elegante, tra una curiosa tessitura fatta con una voce umanoide, e le onde del mare.
“Lascia che si rompa io sono un cane” è dedicata ai cani che Theft ha conosciuto. Qui il basso si fa avvolgente, mentre il beat, che pure procede spedito, viene quasi dissolto, il suo suono è a 8 bit.
Queste canzoni hanno tutte una particolarità: sono dei misteri. Le parole esprimono delle impressioni, ma non sono perfettamente intelligibili e afferrabili, se non dall'autore stesso. Resta l'espressione di una Genova personale, che continua a suscitare fascino. (Gilberto Ongaro)