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RAFFAELE NIRO  "Crepa"
   (2026 )

“Un'opera transmediale di poesia civile”, così si presenta “Crepa”, una creazione di Raffaele Niro, fatta per la parte musicale essenzialmente di poesia recitata, pianoforte, e contrabbasso spesso effettato, per realizzare panorami imprevisti. Il lavoro è collegato a una parte visual e interattiva.

Le parti di pianoforte sono spesso tenerissime, commoventi, come il primo capitolo strumentale, “Senza parole”, così come i finali “Con la coda dell'occhio” e la bonus track “Fa vertigine”.

Il contrabbasso si fa notare nei brani “La crepa del tempo”, intonando una progressione armonica e melodica con veemenza, e in “Sonno rotto”, dove flirta con l'elettronica, e in “Generazione del tempo di mezzo”, dove suona dei sedicesimi in staccato che suonano come il palm muting di una chitarra nell'heavy metal.

Ma veniamo al fulcro dell'opera, le parole. “Crepa” è una riflessione sulla generazione di questo tempo, e porta una sensazione molto diffusa, a partire almeno dalla gen X, bene espressa in “Fight Club” (i figli di mezzo della storia), e oggi attualizzata dalle parole di Niro: “Camminiamo sul ponte rotto del presente. Siamo quelli nati dopo la fine e prima dell'inizio. Non abbiamo visto il Novecento, non abbiamo diritto di parola sul mondo che verrà, ma siamo qui, nel punto esatto in cui il tempo si è spezzato”.

Le tracce portano titoli che separano il fluire delle parole, ma è un unico poema; infatti, spesso le espressioni dei titoli compaiono anche negli altri brani, si rimandano tra loro. La crepa diventa così sia l'interregno generazionale in cui ci troviamo, sia “l'occhio aperto del tempo” della Terra, che ha memoria di tutto quel che le è capitato.

Così recita Niro in “La terra lo sa”: “La terra lo sa, ricorda i fuochi delle veglie, ricorda la sete delle pietre (…) Noi no (…) Dimentichiamo perfino la strada di casa (…) forse per questo siamo qui. Per tornare al respiro della terra, dopo le trivelle”.

“La crepa del tempo” focalizza questa sensazione di qualcosa di rotto, come un paradosso temporale: “Non è grande, ma basta per aprire una ferita, e dalla ferita passano voci, voci basse, voci antiche, voci che non hanno più voce. C'è una crepa nel tempo, la senti quando cammini”.

“Sonno rotto” allude all'insonnia che sempre più persone soffrono, anche a causa della sovrastimolazione sensoriale e della difficoltà in cui siamo a distinguere le informazioni reali dall'AI slop: “Arrivano le notizie, arrivano prima delle bombe (…) Dormiamo poco, e quel poco di sonno è rotto. Ci giriamo nei letti come animali inquieti. Battono le persiane (…) la notte ti spezza, si spezza l'asse terrestre”.

Il concetto di generazione di mezzo viene riproposto con un altro termine: “Dall'intervallo”. Qui Niro riflette sulle aspettative tradite del ventesimo secolo. Ne riporto gran parte, perché questa la sento davvero vibrare in me: “Vediamo il Novecento, che prometteva l'uomo nuovo, e ha lasciato Auschwitz e i gulag. Poi, una notte di novembre, un muro è caduto. Eravamo ragazzini, e ci dissero che i confini sarebbero diventati souvenir, che avremmo avuto più diritti, più libertà, più benessere. E noi abbiamo costruito le nostre vite dentro quella promessa”.

Da qui, con “Opera fragile” e “Visioni”, la contemplazione si sposta sulle azioni e sulla consapevolezza di scegliere: “Sappiamo che l'umanità sa costruire mondi, e distruggerli (…) ha coscienza della propria fragilità”.

“Ogni giorno guardiamo un poco più avanti, e ciò che vediamo non arriva all'improvviso. Arriva lentamente (…) I diritti diventano eccezioni, le libertà diventano permessi, la pace una tregua fra due paure. Sappiamo che sarà (...) un tempo con meno ripari, eppure continuiamo a camminare (…) Solo l'uomo può salvare l'uomo, per questo che andiamo non verso la fine, ma dentro il tentativo di restare umani. Non una speranza, una scelta. E noi restiamo svegli”.

La bonus track aggiunge una postilla, a questa scelta di voler restare umani, la “voglia di scoprire la bellezza in ogni dove, in ogni bozza di saper lasciarsi meravigliare”. “Crepa” è una riflessione forse non del tutto originale, ma è del tutto attuale e onesta, e ogni tanto aiuta trovare parole in cui rispecchiarsi, per sentirsi meno alienati. (Gilberto Ongaro)