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DAVID BOWIE  "The Shel Talmy recordings"
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L'energia di una generazione, la sua commovente acerbità, i suoi sogni e le sue speranze, al microscopio. E tutti elementi che vibrano come se il tempo non fosse passato. Quando si è di fronte a un evento (anche se mono e non stereo) non servono tante parole: occorre inchinarsi con reverente attitudine all'ascolto e basta.

Oggi, tuttavia, siamo talmente circondati da presunti eventi che rischiamo di perdere il senso della misura. Ed ecco il motivo di questa segnalazione che ai fedelissimi del Duca Bianco suonerà forse come un modesto déjà-vu, ma che è utile per inquadrare al cospetto del volgo il senso profondo dell'operazione.

Parlophone/Warner ha da poco pubblicato ''The Shel Talmy Recordings'', raccolta fondamentale che sposta indietro le lancette della cronologia ufficiale di David Bowie. Mica paglia, insomma. Curata dall'archivista e storico della musica Alec Palao, l'antologia illumina a giorno un anno cruciale come il 1965: l'epoca in cui un diciassettenne di Brixton, ancora registrato all'anagrafe come Davie Jones, cercava la propria voce (in alcuni casi già sorprendentemente matura) sotto l'ala protettrice del produttore americano Shel Talmy.

Siamo, insomma, nel primissimo brodo di coltura, all'insegna della curiosità e della sperimentazione, di un genio assoluto che ha illuminato il rock fino a dieci anni fa, in vita, e che ne rimane tuttora un faro inimitabile.

Questo album non è una semplice operazione nostalgia, o il solito cofanetto polveroso destinato ai collezionisti accaniti a caccia di rarità, fenomeno a cui l'industria ci ha abituati con stomacante frequenza. Ci troviamo di fronte a un vero e proprio evento culturale e storiografico, un'avvincente capsula del tempo, un'autentica scoperta archeologica che - come una sorta di stele di Rosetta musicale - ridefinisce il "Bowie prima di Bowie".

Il disco ci mostra la genesi di un camaleonte prima ancora che imparasse a cambiare pelle e ad anticipare mode e tendenze. Non si tratta di raschiare il fondo del barile con scarti di studio, ma di riaprire un capitolo daccapo, gettare la luce dei riflettori sull'anello mancante tra un prima e un dopo che senza David sarebbe stato impensabile.

La pubblicazione assume una rilevanza ancora più profonda oggi, nel desolato 2026, mentre il mondo della cultura riflette su quanto manchi Bowie a dieci anni esatti dalla sua scomparsa, avvenuta nel gennaio 2016. In un panorama musicale contemporaneo spesso accusato – a ragione, siamo franchi – di essere piatto, omologato, privo di autentici strappi generazionali e servo dell'industria (e oggi persino dell'intelligenza artificiale), l'assenza del Duca Bianco si avverte come un vuoto incolmabile.

Ritrovare la sua urgenza espressiva in queste non poche tracce giovanili non fa che rimarcare la totale unicità del suo percorso.

Viaggiamo quindi spediti e fiduciosi a bordo di questa madeleine proustiana scandita in 22 brani, tornando indietro fino al gennaio del 1965, quando il panorama musicale britannico era in piena ebollizione. Erano anni di minigonne, sperimentazioni, droghe, libertà, benessere dopo il cupo dopoguerra e il rock era il faro di tutto ciò.

I Beatles avevano già conquistato l'America, i Rolling Stones elettrificavano il rhythm and blues e gli Who stavano per dare voce alla frustrazione generazionale dei Mod. Perfino i Pink Floyd muovevano i primi passi grazie a un genio come Syd Barrett – che a sua volta Bowie, anni dopo, tenterà di far uscire dal suo guscio lisergico registrandone una cover.

In questo scenario arcaico e seminale si muoveva Shel Talmy, produttore di Chicago trapiantato a Londra, già dietro il suono ruvido di ''You Really Got Me'' dei Kinks e della nascente epopea degli Who. Talmy guardava avanti con determinazione: non cercava la perfezione formale, ma il termometro dei tempi, l'urto, l'originalità e l'arroganza giovanile tipica di quegli anni. E aveva gusti decisamente variegati.

Il giovane Dave di quegli anni magici era il perfetto sintomo in nuce. Quando mette sotto contratto Davie Jones tramite la sua Orbit-Universal Productions, Shel si trova davanti un adolescente magnetico e ambizioso, ma musicalmente ancora acerbo, che si plasmerà con acume nel corso del tempo, in continue metamorfosi.

La prima metà del materiale ripercorre l'esperienza con i Manish Boys, culminata nella sessione agli IBC Studios di Londra del marzo 1965. Il singolo ''I Pity the Fool'' (cover di Bobby Bland) mostra un Bowie che si cimenta con il soul e il rhythm and blues orchestrale. La vera perla storica è la presenza di un giovane Jimmy Page alla chitarra solista, il cui tocco urticante taglia la sezione di fiati.

Il lato B, ''Take My Tip'', rappresenta una pietra miliare assoluta: è il primo brano originale di David Bowie mai pubblicato e registrato. Spinto da Talmy, che lo aveva contrattualizzato anche come autore per la Orbit Music, il giovane Davie Jones scrive un pezzo jazzato – e sappiamo quanto il jazz rimarrà nel suo cuore fino all'ultima, straziante incisione di ''Blackstar'' – influenzato dal sound di Georgie Fame, che devia già dagli standard del blues revival dell'epoca.

Dopo lo scioglimento dei Manish Boys nell'aprile 1965, Bowie recluta una nuova band: i Lower Third. Con loro la musica si fa più dura, allineandosi all'estetica Mod e al garage rock con quell'essenziale capacità di annusare il succo del momento che lo contraddistinguerà sempre.

Ad agosto esce ''You've Got a Habit of Leaving'' (supportata sul lato B da ''Baby Loves That Way''). Sebbene la label accreditasse erroneamente il solo "Davy Jones", il disco è il manifesto dei Lower Third, impreziosito dal pianoforte di Nicky Hopkins. La traccia è intrisa di feedback e armonie vocali che strizzano l'occhio agli Who, un genere che Talmy conosceva fin troppo bene.

Fin qui ci sarebbe già di che deliziarsi, a patto di fare uno sforzo di contestualizzazione. Ma c'è molto altro. La vera spina dorsale di ''The Shel Talmy Recordings'' è costituita dai demo rimasti per sei decenni nei cassetti del produttore. Se cinque di questi erano già apparsi nella seminale raccolta ''Early On (1964–1966)'' nel 1991 (''I'll Follow You'', ''Glad I've Got Nobody'', ''Bars of the County Jail'', ''I Want My Baby Back'', ''That's Where My Heart Is''), il resto del materiale è totalmente inedito.

Cinque selezioni vedono all'opera la primissima line-up della band, incluso il batterista originario Les Mighall. Brani come il demo di ''I Want Your Love'' (registrato al Regent Sound e concepito inizialmente per i Pretty Things) mostrano un'aggressività sonora e un cinismo lirico sorprendenti per l'epoca. Tre tracce presentano invece Bowie in una veste spogliata, accompagnato solo da una seconda chitarra e da seconde voci rimaste sconosciute: una dimensione intima e cameristica che si adatta perfettamente a molte corde del suo futuro e vastissimo repertorio.

In questi intagli acustici registrati a Central Sound emerge la purezza della sua transizione vocale: non c'è ancora il vibrato teatrale di ''Space Oddity'', ma si avverte già una focalizzazione melodica straordinaria.

Una piccola nota filologica: a rendere questa raccolta un evento concorre in modo decisivo anche il notevole lavoro di restauro tecnico e mastering operato sui nastri originali. Le lacche analogiche e i demo superstiti sono stati ripuliti dai sibilanti e dal degrado del tempo attraverso moderne tecnologie di separazione sonora, capaci di isolare le frequenze senza snaturare la grana ruvida dell'epoca.

Il risultato è impressionante: la batteria di Les Mighall morde i diffusori con una dinamica inedita e la voce di Bowie, liberata dal fruscio di fondo dei vecchi acetati, emerge in tutta la sua graffiante, acerba e straordinaria nitidezza.

Sarebbe però fuorviante leggere il primissimo Bowie con il metro di paragone dei capolavori degli anni '70 (''Ziggy Stardust'', ''Station to Station'' o la mitica Trilogia di Berlino). Personalmente considero ''Ashes to ashes'' (e il relativo video) una delle vette assolute della musica contemporanea, naturalmente IMHO. Qui invece si tocca con mano l'embrione ancora in utero, il tentativo di un ragazzo della working class londinese di assorbire gli spunti della rivoluzione culturale del 1965.

Qui Bowie non è ancora l'alieno destinato a cadere sulla Terra per lasciarvi un cratere musicale incolmabile, ma un giovanissimo che ha tanta voglia di emergere in modo originale, con l'umiltà e la dedizione al lavoro che lo accompagneranno fino all'ultimo respiro.

Voto: 10 e lode, fuori scala nella classifica dei dischi dell'anno. Per lui serve una categoria a parte, in cui svetta unico, solo e irripetibile. Come del resto è sempre stato Bowie. (Lorenzo Morandotti)