recensioni dischi
   torna all'elenco


DEPECHE MODE  "Construction time again"
   (1983 )

Era un momento in cui i britannici nati qualche anno prima iniziavano ad abbandonare l’elettronica fine a se stessa per aprirsi ad altre esperienze: gli Spandau si allontanarono da “To cut a long story short” per affidarsi ai sassofoni, i Duran accentuarono il funky e, soprattutto, le lacche, mentre anche i Simple Minds ruppero la glacialità dei primi tempi per cose più articolate. C’era spazio sotto il sole, ma i Depeche Mode non ne volevano sapere. Anzi, ispirati dai vicini di etichetta Einsturzende Neubauten, uscirono in strada per campionare qualsiasi cosa che, presa a sberle, emettesse suoni. “Working on a pipeline”, lavorando sulle tubature, divenne il loro modus vivendi, cercando magari una visione più pop della musica industriale rispetto a quella dei germanici amati da Martin Gore. L’Inghilterra rimase spiazzata, e “Love in itself” venne definita da alti critici qualcosa di simile ad una “scoreggia musicale”, o giù di lì. Ma “Everything counts” andava bene eccome, e gli stessi Depeche Mode non riuscivano a capire come mai la Britannia quasi li spernacchiasse – pur mandando i loro dischi in classifica – continuando a ritenerli ragazzini supponenti, mentre al di fuori spopolavano, soprattutto in Germania. Forse non erano abbastanza belli e con i denti luccicanti per le telecamere. Però perseveravano, trovando uno spazio a mezza via tra il mondo dark e quello lussureggiante del pop. Insomma, tra il buio e la luce, loro uscivano per strada quando era nuvolo, magari per prendere a martellate una macchina e campionarne il suono. In America apprezzarono, ma non solo. (Enrico Faggiano)