recensioni dischi
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DEPECHE MODE  "Violator"
   (1990 )

Fatta una scorpacciata di successo e pubblico – ma anche di roba meno salutare – con un tour trionfale e quello che forse è il miglior live in assoluto mai scodellato da un gruppo elettronico (il precedente “101”), i Depeche Mode rallentarono i ritmi, in tutti i sensi, almeno per quanto riguardava la produzione di musica nuova. Vite da pazzi al di fuori, malgrado non sembrassero proprio delle star maledette alla Alice Cooper o simile, e prime chitarre che uscivano fuori, campionate o meno, quasi a voler girar pagina dopo le orge precedenti. Con largo anticipo sull’album uscì, nell’autunno 1989, qualcosa che sarebbe diventato uno straclassico: blues elettronico, tecnowestern, come volete voi, ma “Personal Jesus” – ispirata alla storia tra Elvis e Priscilla Presley, a quanto pare – portò i Depeche Mode su un altro piano. Anche come immagine, con Gahan sempre più a suo agio nel ruolo di accentratore di sguardi e il resto della band meno inamidato dietro ai macchinoni. Nuova produzione, nuovo sound che dalla new wave si avvicina a roba più soft, se vogliamo, meno danzereccia e meno corale ma più riflessiva, come si suol dire. E un nuovo boom con “Enjoy the silence”, che a casa loro arrivò perfino al numero 4, mentre nel resto del mondo non ebbe problemi a far dire al DJ X di “Superclassifica Show” che in vetta svettavano loro. Con un altro video titanico, nella ricerca di pace da parte del re-Gahan con corona, mantello e sdraio: tra una siringa e l’altra fecero fatica a convincerlo nel travestimento, ma fu un crac. Come il resto del disco, tra singoli più facili come “Policy of truth” e “World in my eyes” e cose più oscure, ma con una elettronica diversa. Molti apprezzarono, anche perché il passaggio del decennio aveva fatto estinguere molti eroi degli eighties, ma dietro le quinte iniziava lo sfascio. (Enrico Faggiano)