recensioni dischi
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THE CURE  "Pornography"
   (1982 )

Nel 1982 i Cure fanno poker. Il quarto album in studio, conclusivo del primo ciclo dark, avviato con “Seventeen seconds” (1980) e proseguito con “Faith” (1981), centra in pieno il bersaglio, regalando un’opera unica, probabilmente ineguagliabile. L’album si sarebbe rivelato non solo importantissimo per la band inglese, ma anche decisivo per il futuro del gruppo capitanato da Robert Smith. Dalle parole dello stesso Robert Smith si capisce come il clima di tensione, che permeava le sedute di registrazione di “Pornography”, avrebbe generato un album violento, “di scontro” e non solo di cupa rassegnazione come, invece, si erano manifestati i precedenti (in modo particolare “Faith”). Durante i circa due mesi di gestazione dell’album, Robert Smith si chiuse come non mai all’interno di sé stesso, escludendo gli altri membri del gruppo, nell’intento di ricercare composizioni e liriche frutto di sensazioni ben vive che dovevano, però, essere riportate su disco, nella consapevolezza che il lavoro avrebbe rappresentato la fine dell’esperienza Cure o il suo decollo. Infatti fu così. E ancora oggi “Pornography” può essere considerato il punto più alto raggiunto dalla banda Smith (chiedendo scusa, forse, a “Disintegration”); un album unico, impetuoso, triste, ma non depresso che, inevitabilmente, lasciò il posto (almeno per i lavori immediatamente successivi) a composizioni più fruibili e leggere, come la compilation di singoli “Japanese Whispers” (1983), salvo poi ritornare (anche senza gli eccessi di “Pornography”) alla tipica sonorità Cure. In comune con il suo predecessore, “Pornography” presenta l’omogeneità, ma una omogeneità pensata come un’unica tirata di protesta e reazione nei confronti del “male di vivere”, dove non è neppure contemplata l’ipotesi della coesistenza con il mondo, o la sua accettazione. La copertina, ancora una volta, disegna alla perfezione ciò che i protagonisti mettono in musica. Una foto sfocata, rossa e livida, nella quale risulta difficile riconoscere i volti: fantasmi. L’album si apre con “One hundred years”, ancora oggi un vero e proprio cavallo di battaglia soprattutto nelle esecuzioni live: “Non importa se moriremo tutti”, sono queste le parole scelte dal leader per aprire il lavoro. Violenza e disperazione non potevano essere meglio rappresentate dalla chitarra tagliente di Smith, dal puntuale basso di Gallup e, soprattutto, dalla batteria di Lol Tolhurst (mai così in forma… quasi una drum machine!). Segue “A short term effect”, dove la sessione ritmica fa un tutt’uno con la voce (arricchita da echi sinistri), mentre il giardino pensile di “Hanging garden”, con il suo incedere quasi tribale, trova il punto intermedio tra melodia e l’ostico sound dell’album. Uno degli incubi di Robert Smith viene cantato con “Siamese twins”; lenta, ipnotica, irresistibile. Il lavoro raggiunge, poi, uno dei suoi picchi più alti con “The Figurehead”, nella quale il concetto di melodia viene definitivamente abbandonato e il malessere diventa la linea guida: “ho riso allo specchio per la prima volta in un anno” e “I will never be clean again”, estratti di un dolore raccontato. Il concetto della morte torna con “A Strange Day”. Tastiere e batteria in primo piano per raccontare la poesia che, comunque, esiste quando si raggiunge l’ultimo dei momenti di una vita: “mi muovo lentamente attraverso le onde che affogano… andarsene in un giorno strano”. Ancora padrone le tastiere con il freddo di “Cold”. E i brividi, anche se non dovuti al freddo, rappresentano una costante dell’ascoltatore, intento ad apprezzare un brano tra i meglio riusciti di “Pornography”. L’album si chiude con il brano che dà il titolo all’album. Dopo un’intro quasi allucinogeno, parte un narcotico sound che trova liriche sempre pungenti, e una dura ammissione di Robert Smith con cui si congeda: “devo combattere questa malattia, trovare una cura”, sussurrate ed incerte, rivolte probabilmente a nessuno. (Gianmario Mattacheo)