recensioni dischi
   torna all'elenco


GRIZZLY BEAR  "Shields"
   (2012 )

Il quartetto di Brooklyn, composto da Edward Droste, Daniel Rossen, Chris Taylor e Christopher Bear, giunto al successo planetario con il bellissimo ''Veckatimest'' nel 2009, arriverà finalmente in Italia nel maggio del 2013, dopo anni di attesa, per presentare il nuovo album ''Shields'' (Warp/Spingo) che conferma l’assoluto valore e l’originalità di una band che ha saputo creare uno stile e un suono unico fondendo pop psichedelico, folk rock ed elettronica. Correva l'anno 2009 quando uscì, a distanza di 3 anni dal precedente ''Yellow Sun'', il capolavoro ''Veckatimest'', ed in questi tre anni diversi membri della band sono stati coinvolti in svariati progetti personali: da un lato, il cantante e chitarrista Daniel Rossen ha confermato l'identità chamber pop con l'EP ''Silent Hour/Golden Mile'', dall'altra abbiamo assistito all'esordio elettropop di CANT, progetto del bassista/produttore Chris Taylor. Ed è forse stato questo sfogo creativo ad imprimere un'ulteriore evoluzione nel sound e nelle modalità dei Grizzly Bear, ritrovatisi per la seconda volta ad agire come band nella produzione di un album che abbandona completamente lo schema a due penne (con Droste primo tra i pari), più producer (Taylor) e batterista (Bear) a favore di un impegno organico dall'inizio alla fine, con i quattro a selezionare la tracklist scegliendo proprio i brani con maggiore affiatamento reciproco. ''Shields'' si differenzia quindi da ''Veckatimest'' per uno sforzo di coesione e sottrazione, e per aver confinato gli arrangiamenti orchestrali - leggi: la passata cifra stilistica - ai fiati à la Sufjan Stevens di ''Speak In Rounds'' e l'uso dei cori (e dei controcati) alla sola ''Gun-Shy''. Diretta ed immediata, la scaletta rappresenta un ritorno a ''Yellow House'' considerando il lato della fruibilità, ma con un'inedita componente rock nell'uso di batteria (a tratti filo hardcore) e chitarra (con più riferimenti al catalogo touch'n'go e ai chitarrismi evoluti dei 90s). Il cuore melodico, vero focus delle canzoni, porta, infine, agli Stati Uniti continentali: l'immaginario dell'uomo non ancora avvelenato dalla frenesia dei tempi moderni, che ha valori e sogna la tranquillità (''Sleeping Ute''), magari con il ricordo della band californiana Fleet Foxes con la quale, nel 2011, Droste ha collaborato.