recensioni dischi
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BON JOVI  "Crush"
   (2000 )

Jon Bon Jovi è uno onesto. Non sa fare grandi cose, non scrive grandi canzoni, ma è bello e spendibile sul mercato, e lo è da sempre. Lo è fin dagli esordi, quando sbandierava, capellone e fintamente arrabbiato, un glam-rock da copertina, orecchiabile e scintillante. Col trascorrere degli anni, lasciati da parte gli orpelli giovanilistici, il Buon Giovanni si è trasformato, in un certo senso evolvendosi dalla parte sbagliata dell’albero genealogico: non una star del metal, bensì un divo del rock da fm più innocuo e gradito al mondo, un cantante confidenziale truccato da rockstar, sempre bello e sempre spendibile sul mercato, supportato da una band coi fiocchi capace di regalare a platee oceaniche performance live di caratura tecnicamente indiscutibile. Il Buon Giovanni non spaventa nessuno, piace a madri e figlie, grandi e piccini, e continua da tempo oramai incalcolabile a dispensare le sue ballate rassicuranti alle masse, senza osare nulla più di quanto il copione preveda. Ecco, forse nella risposta a questa domanda risiede il suo limite più evidente: non osa perchè non vuole o perchè non ne è in grado? Anche in “Crush”, album del 2000 venduto in milioni di copie, troviamo la consueta alternanza di rockettoni radiofonici da classifica (l’opener “It’s my life” è spettacolare nel suo uso ragionato di tutto quanto fa hit: mid-tempo, riffone esagerato, chorus robusto e anthemico) e mielosi lentacci da struscio degni di Checco Zalone che gioca al neo-melodico (“Say it isn’t so” e “Thank you for loving me”, addirittura fastidiose nel loro eccesso di melassa), ballate simil-fok (“Mystery train”, neanche malaccio, come “Just older”) e brani supponenti che vogliono dimostrare – ma chissà perchè e a chi? – di saper salire di livello, restando solo esperimenti falliti e decisamente noiosi (“Next 100 years”). Jon non possiede il dono dell’immediatezza, ed indulge in pezzi che faticano a crescere di intensità, limitandosi ad una stucchevole piattezza priva di mordente: non è un grande autore e non ha grosse idee da sviluppare, ragion per cui gli episodi meglio riusciti sono quelli in cui il nostro velocizza il tempo e si affida al ritmo, in qualche modo riuscendo a mascherare la pochezza compositiva grazie al groove. Difatti le tracce migliori arrivano in coda, con tre rockenrollacci da bar: “I got the girl” è un up-tempo leggero che ricorda Huey Lewis, “One wild night” è una lercia cannonata à la Motley Crue sparata in un saloon da Blues Brothers, mentre la conclusiva bonus-track “I could make a living out of lovin’ you” ben figurerebbe nel repertorio ZZ Top: tre esempi di come Bon Jovi potrebbe suonare se solo riuscisse ad essere un tantino più brutto, più sporco, più cattivo. (Manuel Maverna)