recensioni dischi
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NINE INCH NAILS  "The downward spiral"
   (1994 )

Chiariamo subito un punto: se ci si sofferma ad analizzarlo da un punto di vista strettamente musicale e/o letterario-contenutistico, “The downward spiral” è un disco assolutamente sgradevole. Ma se si riesce ad ampliare la visuale fino a considerarlo un saggio autobiografico per il quale la musica funga da soundtrack complementare, allora le cose cambiano, ed anche il giudizio complessivo necessariamente ne risente. Opera in un certo senso multimediale, “The downward spiral” è lavoro estremamente complesso, espressione agonizzante del calvario personale di un’anima errante votata al martirio, desolante cronaca di un uomo che sta solo sul ciglio dell’abisso morbosamente attratto da una irresistibile pulsione suicida. Il progetto Nine Inch Nails, di fatto prova solista di Trent Reznor, ha ridisegnato sul finire degli anni novanta il confine – da sempre labile - tra l’elettronica e la musica industriale. Se i Ministry avevano accentuato ed esasperato gli aspetti rumoristici del connubio spingendo sul lato più sinistramente metal, e se i Prodigy avevano scelto invece l’altro lato della barricata enfatizzando il groove seppure da una prospettiva estremamente deteriorata, Reznor perviene ad una sintesi personale di generi e sottogeneri facendone il veicolo decadente di un esistenzialismo tormentato e perverso. La dimensione esistenziale – quella che collega in linea più o meno retta i Cure, i primi Radiohead, una buona fetta dei Depeche Mode, gli Arcade Fire, ma anche il tanto idolatrato e vituperato Marilyn Manson, e giusto per citarne alcuni che mi sovvengono sui due piedi - è la sola ragion d’essere che permea di sè questa musica assassina, marcia e corrotta, tetro collage di detriti, teatrino orgiastico che affastella ogni sorta di malvagità nella disperata confessione finale di un’anima dichiaratasi perduta. “The downward spiral” è la descrizione dettagliata e visionaria di una discesa nel baratro della perdizione, un Eden rovesciato, il cammino degenerativo di una mente malata senza speranza di guarigione nè di redenzione. In esso tutto è fosco, perverso, morboso e decadente; i temi affrontati con linguaggio crudo, talvolta violento e volgare fino al disgusto (lo stupro descritto nella scheggia grindcore di “Big man with a gun” che recita “I am a big man/and I have a big gun/held against your forehead/I’ll make you suck it/maybe I’ll put a hole in your head”), riguardano quasi esclusivamente sesso e morte, con Reznor intento ad una atroce autoflagellazione che ovunque porta, tranne che all’espiazione dei misfatti di cui egli stesso si incolpa e si accusa. Il patire autoindotto rimane allora puro dolore, e nemmeno la confessione del condannato in punto di morte riesce a rasserenare il peccatore-Reznor che si accinge al passo estremo; la musica agonizzante che sottolinea mirabilmente la discesa agli inferi è – coerentemente – un cupo sferragliare, una martellante sinfonia sgraziata fatta di echi, rimbombi, distorsioni lancinanti (“Mr. self destruct” apre il disco con una dichiarazione d’intenti inequivocabile), deflagrazioni metalliche ed inserti atonali che non dispensano una sola progressione gradevole, in oltre un’ora di stordente alternanza tra frastuono abrasivo (l’accelerazione assassina di “March of the pigs”) ed inattesi spasmi dance (“Closer”). Tutto è ostico, dalla voce sinistramente filtrata del demone Reznor alle esplosioni sconnesse che scuotono dalle fondamenta brani spaventosi nella loro macabra esitazione (“Eraser”): un bisbiglio si trasforma in urlo, un sussurro viene sommerso da strati di dissonanze, mentre altre tracce snervanti nel loro attendismo rimangono sospese come ordigni inesplosi. Reznor resta in agguato come un animale da preda che sia pronto a colpire, ma non è dato sapere quando nè dove, nè se realmente lo farà; in cotanta brutale e sinistra efferatezza non c’è spazio per uno straccio di melodia, per due accordi consonanti, per una linea armonica vera e propria, in un cupo sabba elettropercussivo che raggiunge l’acme della devastazione nell’ubriacante cadenza di “I do not want this” e nell’ossessivo rallentamento martellante di “Reptile”, dove la musa ispiratrice è un demone a sua volta (“she spreads herself wide open to let the insects in/devils speak of the ways in which she’ll manifest”). Ogni minuscola oasi è in realtà un miraggio, con la sola eccezione dello sfuggente – non bello - stumentale ambient “A warm place”, ma si tratta di una pausa illusoria, come la culla effimera tra due onde gigantesche che minacciano la nave nel mare in tempesta: pochi minuti più tardi si riprecipita nel maelstrom della title-track che, sull’ennesimo abbozzo di non-musica, stende in poche parole la cronaca di un suicidio (“problems have solutions/a lifetime of fucking things up fixed in one determined flash”), prima di lasciare il campo e la scena alla chiusura di “Hurt”, brano che meriterebbe di per sè trattazione a parte. La canzone è lenta, quasi dolce, ma il giro che la sorregge è vagamente disarmonico ed inquieta anzichè rasserenare; il testo autobiografico – come tutto l’album – è un esplicito testamento che sa di resa, ma tra parole che grondano sangue e sconfitta fa capolino un flebile barlume di speranza. C’è un abbozzo di ritornello, sviato anch’esso da piccoli clangori di fondo e dall’ennesimo crescendo di dissonanze, ma il brano non arriva mai ad esplodere, nè ad essere piacevole; c’è un’apertura esistenziale, uno spiraglio timido di luce, ed è emblematico come nel solo verso che indichi l’uscita (“If I could start again/a million miles away/I would keep myself/I would find a way”) quel decisivo “I would find a way” venga sepolto ad arte sotto una scudisciata rumoristica di pochi secondi tale da renderlo pressochè inudibile, ogni strada oramai sbarrata dalla stessa volontà che l’aveva aperta. “He sewed his eyes shut because he is afraid to see” canta Reznor in “Heresy”, mentre vaga in un universo che è una stanza chiusa a chiave senza porte nè finestre, un’anticamera dell’inferno che lo condanna ad un’eterna attesa della punizione e dell’agognata espiazione. Disco concettualmente monumentale, un capolavoro eticamente rovesciato, sebbene quasi inascoltabile sotto il profilo strettamente musicale. (Manuel Maverna)