recensioni dischi
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ULAN BATOR  "Rodeo massacre"
   (2005 )

Sorprendente album nel quale gli Ulan Bator, collettivo franco-italiano che propone da vent’anni una propria interessante e colta rilettura del verbo post-rock in lingua francese (con poche eccezioni anglofone), riescono ad ottenere una mirabile sintesi tra gli arzigogoli strutturali tipici del genere e melodie di una intensità raramente raggiunta coi complessi lavori precedenti. Certe asperità cerebrali che avevano caratterizzato sia l’oscuro “Vegetale” che il monumentale ed impervio “Ego echo”, compendio di psichedelia visionaria e contorta, vengono superate e stemperate in “Rodeo massacre”, che suona finalmente più rilassato, immediato e fruibile. Sebbene i brani si accorcino e regalino spunti armonici gradevoli, non mancano tuttavia i consueti punti di riferimento: così se “Pensées massacre” disegna in tre minuti un bel pop solo leggermente deviato, e l’opening “Fly candy dragon fly” vira quasi verso un accenno di mainstream, intorno alla metà di “God dog” sembra quasi di trovarsi al cospetto dei Pink Floyd prima maniera, e sulla coda di “Tom passion” fanno capolino Codeine e Polvo prima che il brano collassi nel nulla. Al rallentamento sospirato di “Torture”, che finisce in una sorta di jam in crescendo, segue “Femme cannibale”, mirabile duetto tra Mimì Clementi (Massimo Volume) ed il cantante Amaury Cambuzat in un esperimento che non avrebbe sfigurato su alcun album dell’inarrivabile band bolognese e che funge da preludio al delizioso trittico finale. “33” è un malinconico recitato d’atmosfera, con una superba apertura melodica ed un arrangiamento trasognato e sfuggente, subito affogato nel marasma di distorsioni lancinanti che martoriano la successiva “Instinct”, anch’essa spiazzante nella ubriacante alternanza di furia e quiete. La conclusiva “Souvenir”, coi suoi 5/4, si innalza sopraffina su una girandola di tempi dispari, accompagnata da un piano distillato che risuona quasi classico, e da un finale morbido lasciato andare per due minuti in una placida deriva. Disco che riesce a sembrare semplice, mascherando una raffinata complessità grazie ad una sofisticata ricerca di melodie intriganti e di soluzioni elegantemente elitarie, e che cela un’esile, fragile bellezza sotto coltri di idee in movimento. (Manuel Maverna)