recensioni dischi
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THEE ELEPHANT  "Thee Elephant"
   (2014 )

Dola J. Chaplin, folksinger casalvierano, incontra il produttore artistico Sante Rutigliano in un locale, dopo un concerto tenuto da quest'ultimo a fianco del rocker Oh Petroleum, e decidono di dare vita ad una collaborazione, che inizialmente si concentra sul progetto acustico del songwriter. I due nel settembre 2012 producono un primo brano insieme, “Come to Die”, pubblicato poi nella compilation Gas Vintage Super Sessions (in download gratuito sul sito di Xl di Repubblica all'indirizzo http://xl.repubblica.it/brani-musicali/download-gas-vintage-super-session/4294/), e in quell'occasione Sante Rutigliano coinvolge Simone Prudenzano, batterista, suo compagno di band con Oh Petroleum. I tre decidono di dedicarsi alla lavorazione di un nuovo album e coinvolgono il tastierista Matteo Scannicchio, che, a causa degli impegni con Operaja Criminale, rimarrà poi un membro aggiunto, sia in studio che live. La band, così, sente la necessità di inserire un bassista. L'occasione si presenta subito con il ritorno in Italia di Milo Scaglioni, ex bassista dei Jennifer Gentle e in forza alla band di Roberto Dell'Era e quella di Emma Tricca. Scaglioni, infatti, aveva conosciuto Simone Prudenzano in occasione di alcune date pugliesi di Dell'Era, la cui apertura era affidata a Lola and the Lovers, band di appartenenza del batterista, ed era stato suggerito a Dola J. Chaplin, da Emma Tricca, sua ospite nel disco “To the tremendous road”. Siamo nel gennaio 2013 e tutto è pronto per dare vita alla band. I cinque si chiudono in sala e lavorano agli arrangiamenti delle composizioni proposte da Dola, la cui intenzione è quella di giocare con gli stili che hanno gettato le basi del rock. Il songwriter scrive 10 brani, che partono da una rielaborazione dei canoni di scrittura che si sono susseguiti nel decennio che va dal '62 al '72, e la band, sotto la produzione artistica di Sante Rutigliano, asseconda questa ricerca filologica attraverso un accurato studio di un suono vintage e graffiante, lontano, ma non slegato dalle atmosfere presenti nel primo disco di Dola J. Chaplin. Le prime apparizioni live, ancora sotto il nome del frontman, lasciano subito intendere un'evidente attitudine psichedelica e noise e l'imponenza del suono, ma soprattutto il volume da altri tempi, ne suggeriscono il nome: “Thee Elephant”. Il quintetto brucia le tappe e da gennaio a maggio arrangia tra Roma e Manduria l'intero album, testando subito nei numerosi live tenuti nello stesso periodo la validità del nuovo repertorio. A seguito del lavoro dell’intera band in sala, Sante Rutigliano prepara, con l’ausilio di tutti i componenti, i provini al computer, necessari a rifinire gli arrangiamenti nel dettaglio, a scrivere i cori, elemento fondamentale del sound della band, e a simulare il tipo di ripresa e l’effettistica da usare per la produzione. I primi di giugno “gli Elephant” sono in studio a Guagnano da Stefano Manca, che li attende nella sua sala da 100 mq, con il registratore multitracce a nastro Studer degli anni '70 acceso, con una nuova bobina pronta ad accogliere i loro feedback. Le riprese durano 8 giorni e il quintetto registra tutto il suo repertorio suonando live, come facevano gli “antichi”. A settembre il materiale viene mixato in analogico al Gas Vintage Studio di Roma dal giovane ma esperto Daniele Gennaretti, sotto la direzione di Sante Rutigliano, e subito dopo masterizzato da Fabrizio De Carolis, ingegnere di mastering tra i più riconosciuti in Europa. ''Thee Elephant'' è un disco di canzoni scritte con l’intenzione di mescolare le tinte forti dei testi ad un rock graffiante ed al tempo stesso elegante. L’immaginario è cupo e intenso, dominano strade lisergiche che si sciolgono nell’oscurità, figure mitologiche scosse da ostinati percussivi, urli primordiali cullati da cori deliranti, asfissianti brezze marine, dipendenza da endorfina. La sonorità è viscerale e si compone di episodi '50s impantanati in fuzz e saturazioni, jingle jungle e psichedelia west coast, manipolazioni early '70s. Attenzione particolare è stata posta sul pathos della performance e sulla ricerca del suono, non a caso il disco è stato registrato live in studio su nastro da 2 pollici, utilizzando solo strumenti e apparecchiature di fine '60, e mixato in analogico.