recensioni dischi
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GEORGE HARRISON  "Somewhere in England"
   (1981 )

George Harrison, il più schivo dei Beatles, il meno ossequioso alle mode (le mode casomai le ha create, come d’altronde gli altri tre) e alla mondanità (il contrario di Paul e Ringo), nell'81 lancia il nuovo disco. Il titolo dell’album è SOMEWHERE IN ENGLAND e quello del 45 ALL THOSE YEARS AGO. Pop song in puro stile Lennon, dedicata ovviamenente allo scomparso, alla quale partecipano, seppur separatamente, Paul e Ringo. E’ praticamente d’obbligo la dedica all’amico di una vita, essendo il disco stato dato alle stampe dopo l’uccisione del celebre beatle. La cosa carina è sicuramente il bisogno di comunione con gli altri due, di fare qualcosa tutti insieme in memoria di John. Questo significa lasciarsi alle spalle anni di polemiche e frecciate. L’inestricabile ambiguità – se così la vogliamo chiamare – ritorna a far capolino tra una genuina passione artistica e il business che, comunque sia, aveva sempre o spesso contraddistinto la carriera della band. A parte questo brano, che ripercorre l’esperienza come gruppo (e che all’inizio fu scritto per comparire nel disco di Ringo Starr STOP AND SMELL THE ROSES) il resto del disco è sulla falsa riga del precedente, che non venne accolto molto bene dalla stampa ma che comunque era un classico prodotto alla George Harrison, proprio come quest’ultimo. Il quale schizza subito tra i primi dieci delle classifiche mondiali. George, uomo di molteplici interessi, ha nel frattempo fondato una casa cinematografica, la Handmade, che sforna notevoli pellicole in UK (nel 1974 vince l'Orso d'Argento a Berlino con LITTLE MALCOLM) oltre a produrre film americani come quello di Madonna. Inoltre il suo interesse per la Formula Uno lo porta a dar vita alla fondazione Petterson, nome del pilota svedese morto due anni prima a Monza. E proprio a Monza che fa una delle sue rare apparizioni in pubblico, assistendo al Gran Premio. In tutto il disco (la prima versione fu stranamente rifiutata dalla Warner che distribuiva l’etichetta Dark Horse) c’è una nostalgia per i Beatles e per l’amico scomparso, un voler affermare che se si fossero parlati un po’ di più senza rimanere fermi sulle loro posizioni, probabilmente tutto sarebbe andato diversamente. Un disco tranquillo, gioioso e meditativo, come tutte le opere di Harrison. Non ricerca - anche se potrebbe sembrare – il facile consenso del pubblico. Lui dice questo sono io, se mi volete è così, senza trucco e senza artefizi. La sua chitarra continua a gemere gentilmente fondendo il pop rock occidentale al raga indiano in uno stile che è rimasto immutato negli anni del dopo Beatles, cioè elegante e gradevolissimo sotto il profilo letterario e musicale. Certo, non si grida al miracolo ma più modestamente a una riconferma piacevole. Un pezzo da antologia è quel BALTIMORE ORIOLE, un pop lento e fiatistico di grande atmosfera che è una delle cose migliori dell’album. E, a dire il vero, non è neanche farina del suo sacco perché appartiene all’autore americano degli anni venti e trenta Hoagy Carmichael. A Lennon dedica anche una frase in copertina: non c’è mai stato un tempo in cui non sono esistito e nemmeno tu sia esistito. Così non ci sarà un futuro in cui cesseremo di esistere. Oggi entrambi, Lennon e Harrison, non ci sono più. Ma questo significa forse qualcosa? (Christian Calabrese)