recensioni dischi
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VERSAILLES  "Pointers"
   (2015 )

Provenienti da una delle culle per eccellenza dell’indie-rock nostrano, i pesaresi Versailles sono un duo formato da Damiano Simoncini e Manu Magnini, coppia che può vantare sia sontuose collaborazioni con altisonanti nomi di spicco della scena, sia una serie di interessanti lavori dispensati nell’arco di poco meno di un lustro di attività. Ep di otto brani, “Pointers” non si limita ad approfondire e rielaborare le intriganti intuizioni che già resero allettante “Vrslls ep” (2014), ma vira con deciso sfoggio di personalità verso lidi sinora inesplorati: rivestito da una fascinosa allure tardo-eighties che ne cela gli ardori sotto una patina vintage, “Pointers” si discosta dai rigurgiti post-grunge del recente passato per sprofondare in un gorgo di tetraggine che ne rappresenta l’autentico tratto saliente. Stordente compendio di negatività che non concede appigli né vie di fuga, “Pointers” rinuncia a scimmiottare gli stilemi che incanalano la formula del power-duo in secche di ristagnante prevedibilità (Bachi Da Pietra e Bettie Blue a parte), optando per un approccio a tinte scure che sacrifica la grezza virilità ed inietta massicce dosi di psichedelia mascherata in queste tracce (non ci sono titoli, solo numeri da 1 a 8) di soffocante oppressione. E’ una costante discesa ad infera in una caliginosa, plumbea atmosfera fascinosamente incombente, un turbine interiore che evoca spettri più che mostrare i muscoli, martellando senza variazioni su cadenze monocordi in minore trafitte da un canto baritonale e distante, fra Peter Murphy ed Andrew Eldritch, in brani che materializzano l’ubriacante ossessività dei Black Angels come echi dei Joy Division meno crepuscolari. Accenni stoner à la Karma To Burn (“3”) cedono il passo ad accenti più scopertamente post (“5”), sebbene l’aura albiniana che permea talune suggestioni Shellac/Fugazi rimanga priva di impennate nevrotiche in stile Jesus Lizard; tra le consuete aperture à la Sonic Youth (“6”) e fugaci sentori di Ministry (“7”), sospensioni velvetiane ed ingorghi che ricordano i compianti Loop, “Pointers” cala il sipario sui sei minuti clautrofobici di “8”, lugubre rallentamento elettrico che oscilla metronomico fra Thin White Rope e Mazzy Star, la voce ridotta essa stessa a baratro, sfigurata dall’eco, grido soffocato in una stanza chiusa. Disco conciso, compatto, privo di cedimenti come di incertezze, “Pointers” restituisce l’immagine di un sodalizio artistico destinato presumibilmente a vedere accresciuto il proprio prestigio in virtù della sua innegabile capacità di declinare in fogge inusuali un rock trasversale dall’anima nera. (Manuel Maverna)