recensioni dischi
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MR. BISON  "Asteroid"
   (2016 )

I Mr. Bison non sono di certo una novità nel panorama musicale italiano: gli amanti dell’heavy-rock e dello stoner, così come gli addetti ai lavori, sono rimasti colpiti dal loro debutto ''We’ll Be Brief'', uscito nel 2012 e perfetto riassunto delle qualità e influenze del trio di Cecina. Il gruppo, in questo nuovo capitolo della loro ancor giovane carriera, si scrollano di dosso il marchio di fabbrica, in comune con quello dei Truckfighters, che caratterizzava il primo album e, pur non mettendo mai da parte quella che è la loro natura, ampliano lo spettro delle loro sonorità e a tratti abbracciano melodie accattivanti e canticchiabili. Il secondo album è sempre un banco di prova decisivo per qualsiasi artista. I Mr. Bison affrontano di petto la sfida e inseriscono nel loro universo novità sorprendenti. Questo particolare non inganni: il disco è un continuo martellamento acustico e psicologico, come lo era stato il debutto. Il tentativo di dare più spazio a momenti melodici non impedisce al gruppo di mantenere salde, in modo saggio e ricercato, le proprie radici. Non vengono mai meno l’asprezza e la ruvidità fuzz, evidenti subito in ''Black Crow'', che si apre con una voce elettrica e graffiante e presenta un arrangiamento estremamente moderno. La scelta di rinunciare del tutto al basso e di consegnare l’intera scena alle due chitarre è vincente: è nel loro equilibrio/disequilibrio che si concentra ogni singolo cambiamento di tono o di atmosfera. Si veda a tal proposito ''Hangover'', brano splendido, giocato proprio sull’opposizione tra i momenti in cui le chitarre si avvicinano e i momenti in cui si allontanano e si sfidano, creando ciascuna un proprio percorso ed una propria “stonata” melodia. Anche ''Russian Roulette'' ricalca questo sentiero; risulta talmente ipnotica, ed è costruita così minuziosamente nel mixaggio di strumenti e voce, da far chiamare in causa l’influenza dei Black Sabbath e di un disco stratosferico come ''Paranoid''. Il soggetto del dipinto, dunque, è sempre l’hard rock, con sfumature consistenti di heavy metal e stoner. Alcuni particolari del paesaggio, tuttavia, mostrano elementi strutturali nuovi e significativi. In ''Burn the Road'' esce allo scoperto il desiderio dei tre di creare anche episodi orecchiabili, vendibili, che strizzano l’occhio ai ‘90s, in particolare agli Weezer, a J Mascis ed ai suoi Dinosaur Jr, le cui formule vengono riproposte in chiave più hard. ''Cannibal'', l’episodio più duro dell’intero album, nasconde – nella seconda voce, nella costruzione melodica, nella sua struttura – un sottofondo quasi prog che tradisce ulteriori spunti e che potrà essere un punto di partenza per le future esplorazioni musicali del trio. Una chitarra stile Slash è la protagonista assoluta di ''Prison'', il cui bellissimo e prolungato coro finale rimanda ai Rage Against the Machine ed ai Beastie Boys: la fusione di questi due elementi – apparentemente inconciliabili tra loro – impreziosisce il brano (che è uno dei più belli del disco) e lo rende, forse, il più originale. La conclusione – ''Hell'' – è una preziosa summa di ciò che l’album ha dimostrato in ogni suo singolo istante: la durezza dei suoni, la voce spietata e la batteria implacabile si possono conciliare con linee melodiche piacevoli, e il tutto può condersarsi – con successo – in brani che non superano mai i cinque minuti di durata. ''Asteroid'' è un disco riuscito, divertente, appassionato; un disco che è evidentemente iscrivibile in un genere ma che al tempo stesso sa divincolarsi facilmente da qualsiasi tipo di etichettatura facilona. Forse – si potrà dire – il disco è poco variegato nella strumentazione e negli arrangiamenti? Più falso che vero: le variazioni sul tema ci sono, le novità e le sperimentazioni non mancano e sono tutte di alto livello. Tanti piccoli tasselli ci mostrano che il gruppo sta esplorando nuovi territori. E la strada che hanno intrapreso è decisamente quella giusta. (Samuele Conficoni)