recensioni dischi
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RIFKIN KAZAN  "Disco solare"
   (2017 )

Quello dei Rifkin Kazan era un progetto inizialmente nato dall’idea di Francesco Giovannetti e Matteo Borghi di fare cover di brani metal, e poi allargato a contaminazioni mediterranee, orientaleggianti, latine e black, sino a formare un sound unico e molto personale, frutto dell’intreccio di tantissime componenti diverse. Dopo tre anni di intenso lavoro, “Disco Solare” prende ufficialmente forma con una piccola svolta: è l’italiano la lingua utilizzata nel cantato. “Leve”, il brano di apertura, incarna molto bene lo spirito del disco: intro con coloriture etniche, cantato dolce e passaggi morbidi conducono ad un finale tirato ed esplosivo, in cui la batteria viaggia su ritmi frenetici, intervallando violente schitarrate dal sapore hard’n’heavy. In “Toro Torero”, invece, confluisce un po’ di tutto, con bruschi stop & go, frequenti cambi di passo ed un ritmo sempre incalzante, mentre l’attitudine heavy si affievolisce prima di ricomparire con tutta la sua potenza nel finale di “Panino”, pezzo che segue schemi balkan per quasi tutta la sua durata. Il prosieguo del disco continua a tentare di conciliare molti umori diversi fra loro: “Porta Di Fuoco” e “Battilo” sono pezzi più vicini al math, “Super 4” offre suggestioni lisergiche, “Ora Di Scuola” sintetizza quasi tutto quello che i Rifkin Kazan sono soliti proporci. Nel finale troviamo la grande cavalcata “Kusarikku”, un pezzo a sorpresa un po’ orientato verso il pop (“Quanti”), e “Credo Sanguinario” in cui batteria e tastiere dialogano in grande stile. “Disco Solare” non è un ascolto semplice e qualcuno potrebbe definire stucchevole la scelta di mettere così tanta carne al fuoco: occorre essere, in un certo senso, predisposti a un’esperienza targata Rifkin Kazan, una band che lavora proprio in questa direzione perché sa farlo e bene, perché i suoni sono ben amalgamati e creano un qualcosa di unico, difficile da descrivere, ma comunque di grande qualità. (Piergiuseppe Lippolis)