recensioni dischi
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MIKE OLDFIELD  "Return to Ommadawn"
   (2017 )

Ad ormai tanti e tanti anni dal suo esordio, raccontare le parabole e le sinusoidi della carriera di Michelino nostro è qualcosa di davvero complicato, considerando il fatto che, parlando degli ultimi lavori discografici, il “ti prego, lascia perdere” è arrivato dai fans, e non dai detrattori. Continue riproposizioni delle antiche Campane, a volte in chiave dance, o un album del 2014 (“Man on the rocks”) che forse nemmeno lui ha voluto riascoltare. E allora, che fare, per soddisfare un pubblico che comunque sia lo tiene in simpatia dal 1973? Andare a riproporre la preistorica formula della suite folk-progressive da 40 minuti, divisa 20 minuti sul lato A (ah, antica definizione!) e 20 minuti sul lato B. E riproponendo, almeno nel titolo, quell’“Ommadawn” che fu il suo terzo album, ormai 40 anni e passa fa. Come se, in mezzo, non ci fossero state tutte le sue traversie, i suoi alti e i suoi bassi. Alla fine, “Return to Ommadawn” suona esattamente come se fosse uscito nel 1976, o giù di lì: strumentale, atmosfere bucoliche, nessuna concessione a testi o facili canzonette – d’altra parte, se si doveva ripetere “Man on the rocks”, meglio così – e tanta autunnalità sparsa nel disco. Tradotto, per chi si fosse perso: avete amato l’Oldfield degli anni '70? Bene, ne uscirete sicuramente meglio rispetto a tanta roba fuoriuscita negli ultimi 20 anni. Se avete amato principalmente la versione commerciale di Mike, quella per intenderci di “Moonlight shadow”, so che di certo non leggerete questa recensione dato che avrete smarrito le tracce di Campovecchio già da un po’. Quindi, è consigliabile darci un ascolto, se non altro per fare pace con il Nostro dopo tanta robaccia. E, se non è del tutto all’altezza dell’originale, sappiate che, comunque, poteva andare davvero peggio. (Enrico Faggiano)