recensioni dischi
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AYR? (ARE YOU REAL?)  "Songs from my imaginary youth"
   (2017 )

A parte una pronuncia della lingua inglese decisamente rivedibile, non c’è altro che non funzioni in “Songs from my imaginary youth”, quarto lavoro realizzato dal giovane artista veneziano – chiamarlo musicista sarebbe riduttivo - Andrea Liuzza, noto da alcuni anni come Are You Real?, moniker scelto all’indomani della folgorazione che lo colse sulla via di Damasco (il cammino di Santiago, in realtà). Varie le coordinate lungo le quali Andrea sviluppa il progetto – di fatto un lavoro solista con pochi apporti esterni – spaziando dal pop albionico (“We are the wild things”) alla ballatona à la David Gray (“The great unknown”) fino al lentaccio atmosferico di “Run”, di fatto non inventando nulla, ma scrivendo bene ed arrangiando altrettanto sontuosamente, centrando infine incastri, suoni, dinamiche in una palpitante narrazione che muove dritta dai recessi dell’anima. “Songs from my imaginary youth” non mira a soprendere, forse perché non vuole farlo o semplicemente perché non ne ha necessità alcuna: compensa la ridotta imprevedibilità con una scrittura nitida e bilanciata, che innegabilmente lo connota come un esemplare, intrigante lavoro di formale quadratura, disco che si balocca con i giochi che meglio conosce senza mai un passo falso né una caduta di tono. Se “Song for a stranger” apre su una cadenza oscuramente ossessiva a metà strada fra i R.E.M. di “Monster” e certe arie melodrammatiche dei Cure primi anni ’80, l’arpeggio bucolico di “Behind your eyelids” è una zuccherosa lovesong da manuale, preludio non casuale all’impennata di “Shaman punk”, che quasi cita la “Lord kill the pain” dei primi Red House Painters impennandosi senza cattiveria, alzando provvidenzialmente il tiro ed il ritmo e scuotendo le fondamenta di un disco che vive di equilibri continuamente sovvertiti e ridefiniti, fino alla inattesa (?) sberla della conclusiva “I don’t wanna die young”. Prodotto ben confezionato e certamente adatto al mercato internazionale, “Songs from my imaginary youth” è album lodevole che conferma l’interessante levatura di un autore non facilmente decrittabile: un disco ben fatto, dal potenziale dirompente. (Manuel Maverna)