recensioni dischi
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NADINE KHOURI  "The salted air"
   (2017 )

L’indiscutibile cifra stilistica dell’artista anglo-libanese Nadine Khouri incontra il genio di John Parish, celebre musicista e produttore al fianco – tra gli altri – di PJ Harvey e Eels (ma anche di Afterhours e Cesare Basile), qui in cabina di regia ad infondere personale linfa ad un lavoro che definire semplicemente haunting sarebbe riduttivo. Sospinto da un canto intimo e trascendente, ma anche sensuale nella sua controllata malìa, “The salted air” svela con studiata lentezza ed una meditativa compostezza le doti di un’interprete in grado di offire una toccante panoramica sulla profonda introspezione di cui è capace. Divisa fra una sottile introversione intrisa di melanconia e rare impennate che rimangono tuttavia più accennate che compiute, Nadine dà sfoggio di personalità nel timbro, proponendo in modo del tutto singolare una declinazione del folk/blues altrettanto peculiare, spesso trattenuta ed incombente, mai minacciosa nè offuscata da tentazioni noir. Il ricamo di queste atmosfere aperte e dilatate (“Daybreak” col suo timido sviluppo, “Broken star” su un’aria indolente à la Mary Gauthier) avviene per il tramite di una strumentazione scarna ed essenziale e di arrangiamenti tanto sapienti quanto efficaci nella loro atmosferica evocatività: “The salted air” è lavoro scaltro che sa mettere a frutto una certa propensione al minimalismo mutandone gli intenti fino a creare scenari inattesi. Fra suggestive, raccolte digressioni armoniche che richiamano Norah Jones (“Jerusalem Blue”) e reiterate incursioni in territori gospel (“Thru you I awaken”, “You got a fire”), l’album si sviluppa fra esili punteggiature della chitarra (“The salted air”, quasi Joanna Newsom) e interventi d’archi misurati, crescendo gradualmente in un impercettibile lievitare che tocca vertici di compunto lirismo nel country aggraziato di “Surface of the sea”, nel talkin’ blues stradaiolo di “Shake it like a shaman”, infine nella dimessa folk-ballad à la Lucinda Williams di “Catapult”. Disco che è come un fiore in procinto di sbocciare: la sua bellezza è una promessa ed il suo colore da indovinare, ma già lascia presagire il radioso splendore che verrà. (Manuel Maverna)