recensioni dischi
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SANTANA  "Caravanserai"
   (1972 )

Prima di avventurarsi in questa specie di viaggio musicale e spirituale alla ricerca dell’essenza primitiva della musica (“La fuente del ritmo”) è necessario liberarsi da alcuni pregiudizi, alimentati a suo tempo dalla critica ufficiale e militante. La “fase mistica” dell’arte di (Devadip) Carlos Santana e soci fu bollata, spesso con sufficienza e strafottenza, come eccessivamente visionaria e confusa, roba da santoni o “jazzisti misticheggianti”. Ma ai giorni nostri, dopo l’esplosione della world music, con la sua contaminazione tra suoni primitivi e tecnica occidentale, e del movimento new age, con la sua profonda compenetrazione tra musica e spiritualità, come si fa a non riconoscere al vecchio “guru” messicano il merito di aver anticipato certe tendenze fin dai primi anni ’70?

Lasciamoci quindi guidare fiduciosi dal nostro esperto sciamano e partiamo per questa avventura chiamata “Caravanserai”. Dopo ogni ascolto saremo un po’ più purificati dalle tossine occidentali, e forse anche un po’ meno rigidi e diffidenti nell’affrontare qualsiasi tipo di musica che ad un primo ascolto ci suona “strana” e non ci sembra “nostra”.

Santana ci conosce bene, visto che è americano (USA) di adozione, per quanto messicano di nascita. Quindi il modo di introdurci nel folto intreccio della sua foresta tropicale di suoni è gentile e graduale: “Eternal Caravan of Reincarnation” mescola i suoni della natura con rarefatte note jazz, proprio come più tardi farà la tipica new age da meditazione. Ma già da “Waves Within” la tensione sale e inizia quel costante sottofondo di congas, timbales e percussioni varie che, grazie a José Chepito Areas, James Mingo Lewis e Armando Peraza, validi aiutanti dello sciamano, ci accompagnerà in zone sempre più remote e misteriose.

La nostra guida ci parla di rado (questo disco è in gran parte strumentale), ma come il pifferaio magico della favola è dotato di un mezzo di persuasione al quale non si resiste: una chitarra elettrica che irradia note così incisive e lancinanti da vincere facilmente ogni resistenza, raggiungendo direttamente l’anima, per trascinarla in un rapimento che ha il suo culmine nell’estasi ipnotica di “Song of the Wind”.

A questo punto, eccitati e un po’ storditi da questa scarica di note, siamo pronti per la danza rituale della purificazione, quella che tenterà di aprirci al maggior numero possibile di sensazioni: è “All the Love of Universe”. Se alla fine di questo brano si avverte una certa spossatezza, come se davvero si fosse sostenuta una danza tribale, vuole dire che almeno in parte l’obiettivo è stato raggiunto.

Dopo un breve stato di trance saranno le prepotenti percussioni africane di “Future primitive” a farci risvegliare in un altro mondo, in un’epoca preistorica, ormai prossimi all’origine del ritmo. A questo punto lo smarrimento sarebbe naturale e giustificato, ma il muro di percussioni si infrange a poco a poco e dietro di sé svela una splendida e compiuta melodia. E’ “Stone Flower”, ed è di Antonio Carlos Jobim, quindi sappiamo di essere in Brasile. Ora non c’è più neanche il timore dell’ignoto o del selvaggio: “La fuente del ritmo” è lì davanti a noi, a rifornire perennemente anche le canzoni a noi più familiari.

Si può mettere la bocca sotto questa cascata di ritmo allo stato puro, e bere a garganella: non solo non può farci male, ma anzi ci darà entusiasmo e un’inaspettata forza per ogni passo della strada (“Every step of the way”) che dovremo percorrere quando saremo tornati nel tetro e grigio mondo “civile”. Cosa che accade puntualmente ogni volta che i 50 minuti di incantesimo di “Caravanserai” sono finiti. (Luca "Grasshopper" Lapini)