recensioni dischi
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VUOTI A RENDERE  "Supplicium"
   (2017 )

Chi conosce giÓ i Vuoti a Rendere sarÓ un po' spiazzato da questo terzo lavoro. L'ex quartetto padovano (quasi subito divenuto trio) debutt˛ nel 2015 con il velenoso album "Baciati dall'inganno", dove si presentavano come acid post blues - in realtÓ parecchio prog -, un approccio ossessivo verso certi pattern melodici ed armonici, e testi carichi di dolore, rancore e vendetta verso una precisa persona mai specificata, con frasi volutamente eccessive, che arrivavano al pulp letterario. Seguiva poi nel 2016 il secondo Lp "Ruggine", che segnava una sorta di liberazione dai tormenti narrati nell'album precedente, ma restavano oscuritÓ e decadenza, e ancora qua e lÓ parole fortissime. Nel 2017 Ŕ il turno di "Supplicium", una doppia suite, costituita appunto da due brani, quasi interamente strumentali e dall'andamento rapsodico. La vena prog, che si Ŕ sempre fatta sentire sullo sfondo in precedenza, qui Ŕ finalmente libera di esprimersi da protagonista. Titoli come sempre poco rassicuranti, "Cloroformio" ed "Effetto collaterale", ci portano ad ascoltare dei pezzi fatti a... pezzi: ognuna delle due suite sembra contenere diversi micro-brani, cellule strutturali e timbriche brevi ma compiute, molto diverse fra loro, separate da febbrili pause di silenzio, a volte di alcuni lunghi secondi. Compaiono qua e lÓ pistole western e celebri frasi tratte da "Per un pugno di dollari" e "Il buono, il brutto e il cattivo". Ospiti nella prima suite un violino e un flauto, quest'ultimo arricchisce l'ultimo groove conclusivo. La seconda suite invece inizia con un giro assurdo che sembra richiamare il clima folle dell'intro di "Jocko Homo" dei Devo. Sembra che sia l'intenzione trainante del brano... e invece un colpo di pistola sbalza la musica verso un ritmo in levare. L'ascoltatore non pu˛ sedersi mai, le certezze che sembrano affermarsi sono costantemente disattese. Forse la vittima di questa terza rivalsa musicale siamo noi! Elementi ricorrenti comunque ce ne sono: la chitarra garage di Filippo Lazzarin, l'organo hammond di Enrico Mingardo, numerosi obbligati suonati all'unisono e seguiti anche dalla batteria di Marco Sartorati. Enrico passa alternatamente dall'organo al pianoforte solista, che torna come raccordo fra le varie parti. Il tutto suona frammentario e in un certo senso malato, delirante. A conferma di ci˛ arrivano le uniche parole cantate da Filippo, pochissime ma sufficienti: "Non so se aspettare il cancro o cambiare l'approccio (...)". "Supplicium" pu˛ apparire per l'appunto un supplizio a un ascolto frettoloso, invece prestando attenzione si noterÓ l'affiatamento della band, la libertÓ creativa ed una certa consapevole scelta estetica noir decostruzionista. (Gilberto Ongaro)