recensioni dischi
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I FIORI DI MANDY  "Radici"
   (2017 )

Può un esordio, con soli tre pezzi, essere sufficiente a dare i primi indizi sulla bontà di una nuova band? Spesso si preferisce attendere un lavoro di lunga durata, ma per il trio de I Fiori di Mandy le cose stanno diversamente. Con “Radici” è come avere un potente tris in mano che batte parecchi poker in circolazione. Le carte vincenti di questi oristanesi sono calate sul tavolo con energia, sensibilità ai cambiamenti e scevra da banalità. Infatti, la loro continua sperimentazione gli permette di non avere (volutamente) punti fermi per perseguire l’originalità. Il discorso riguarda anche i testi, piuttosto ricercati e con una matrice alquanto ermetica, probabilmente involontaria ma di buon effetto. “Afrodite” parte su accordi minimali grunge e srotola connotati di mantra, come fosse il sofferto canto del cigno di Kurt Cobain. Analoghe caratteristiche per “Jourande”, ma con uno spaccato jazzy (!) che, a metà, prende le redini del brano per condurlo fino alla fine con disinvolta genialità creativa. Il tris spazzola il piatto ricco con la title-track, forgiata tra squarci paranoici alla Radiohead, la cupezza strumentale dei Massimo Volume e la rabbia ispirativa del Teatro degli Orrori, con annesse particolari trovate compositive e intenzionali. Già il nome scelto dalla band suscita curiosità: ci piace pensare che possa derivare (forse) dalla particolarità di una donna che, magari, hanno incrociato nei loro incontri, con la turbolenza tipica della band. Inoltre, dall’interessante sound prodotto si deduce che i Fiori di Mandy non si pongono mai limiti, e con un perenne “work in progress” stilistico potranno senz’altro contribuire a ritagliarsi un loro personalissimo perché, continuando ad esiliare con fermezza i propri lavori, lontani da forzate e sterili classificazioni di genere. Signori, fate (ancora) il vostro gioco! (Max Casali)