recensioni dischi
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MICHELE SCERRA  "Torneranno i poeti"
   (2017 )

Una certa predisposizione ad approcciarsi al cantautorato nostrano – ivi compresi mostri sacri e numi tutelari dei bei tempi andati – è indispensabile per accostarsi a “Torneranno I Poeti” (label Il Carro Matto), debutto programmatico fin dal titolo di Michele Scerra, poliedrico artista di origini calabresi già con il collettivo L’Orchestra Del Rumore Ordinato e dal 2014 attivo come solista. E questo è – siamo diretti – semplicemente un bel disco, attraente e maturo. Disinteressato a soliloqui in punta di chitarra, verbosità assortite o azzardi cervellotici vari, interessante come Scerra si affidi invece, oltre che ad una scrittura intelligente ed accattivante, ad arrangiamenti che rappresentano la vera cifra distintiva di un lavoro capace di ben intrattenere senza stancare, appoggiandosi su pregevoli aperture melodiche (“Il Volo Del Brigante”) e preziosismi che delineano un’opera variopinta dalle molte sfaccettature, ricca di personaggi, suoni, racconti, perfino suggestioni, odori, rumori evocati da uno stile personale, a suo modo coraggioso. Calibrato e misurato, “Torneranno I Poeti” conserva intatta una pungente franchezza, sia che si abbandoni al mood riflessivo di una “Annegando” tra l’ultimo Fossati ed il più recente Nanco, sia che alzi il tiro ed il ritmo in “Come Glicine”, quattro minuti d’incanto culminanti in un chorus in minore che si eleva statuario su una storia di miseria e piccola redenzione. Echi sparsi ma consistenti di discendenza transalpina si insinuano tra le maglie di brani rivestiti di una fascinosa aura d’ailleurs, dall’opener “Alina E Vincenzo” – Thomas Fersen e Vincent Delerm a braccetto in una vicenda d’amore e morte non priva di poesia - alla già citata “Il Volo Del Brigante” fino all’esaltante passo bandistico de “Il Circo Gelsomino”, brano risalente al 2014 che valse a Michele la menzione speciale per il miglior testo al Premio Bindi. Fiati ed archi contrappuntano lo swing sbilenco à la Sergio Caputo di “Più Niente Da Prendere” (con ennesimo ritornello killer su un filo di bossanova), lo scarno blues di “Omega ed Alpha” - scheletrico e incupito tra Basile e Capossela, ma interpretato con un nitore che stride con l’asperità del messaggio - o la ballata storta di “Non Nominare La Fine”, prima che un pianoforte triste e dimesso ricami il mesto commiato di “1,618 Song”, desolato epitaffio ad un album degno di essere annoverato fra le più intriganti riletture della patria tradizione ascoltate quest’anno. (Manuel Maverna)