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HIOR CRONIK  "Out of the dust"
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Artista greco di sopraffina sensibilità e colti trascorsi intrisi di jazz, classica contemporanea e raffinata ambient music, George Papadopulous, in arte Hior Chronik, classe 1974, pubblica per l’etichetta berlinese 7K “Out Of The Dust”, quarto album da solista dopo i due realizzati in collaborazione con il musicista tedesco Arovane. Fedele ai percorsi delineati in poco più di un lustro fruttuoso e creativo, “Out Of The Dust” si snoda lungo direttrici di eterea impalpabilità in una bolla di drone-music riveduta e corretta, soundtrack di un invisibile film puramente immaginario che si materializza per il tramite di atmosfere dilatate e tessiture di melodiosa eleganza. Ibridato di continuo con suggestioni neoclassiche rese a tratti dominanti dal ruolo primario degli archi, “Out Of The Dust” offre una sequenza rarefatta e sfuggente di dolente mestizia e melanconica afflizione. Traghettato verso una landa di morbida desolazione dal pianoforte, dal contrappunto straziante del violoncello, da un sordo e cupo rimbombare di sottofondo (i sei minuti e mezzo di “Things You Might See”, vertice assoluto del disco), l’album irretisce in un’ammaliante trama di suoni oscuri che alternano luci ed ombre in una fucina di spettri ed ombre, visionario compendio d’arte dotta e crepuscolare intimità. Ad una prima parte più concettuale fatta di arie statiche che George volutamente smussa in tinte tenui prive sia di asperità che di impennate armoniche (“Cosmos”, quasi i Pink Floyd dei primi anni ’70), funge da contraltare una seconda metà che si eleva ad una beatitudine quasi spirituale, mistica, figlia di una purezza compositiva toccante nella sua insistita ricerca di perfezione formale. Dopo la cesura rappresentata da “Remember”, trafitta da una tromba jazzata ed esaltata da un pungente inciso pianistico, e fino al teso epilogo per synth, sussurri ed archi nella sfuggente preghiera pagana di “That Mystery Again”, l’album imbocca una via ben precisa attraverso figure che lambiscono la sacralità della musica religiosa (“Corridor Of Life”), come la distillata innocenza di un minimalismo tanto essenziale quanto coinvolgente. Il film invisibile di cui si diceva è quello che volete. Può essere un panorama, un sogno, un viaggio: la musica inafferrabile di George veleggia su mari placidi, la cui superficie è appena increspata dall’ineludibile tristezza che ne accarezza il movimento. Disco di meravigliosa profondità, dal quale lasciarsi cullare all’infinito. (Manuel Maverna)