recensioni dischi
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SCOGLI DI ZINCO  "Scogli di Zinco"
   (2018 )

Non mancammo certo – non più tardi di sei mesi fa – di decantare su queste stesse pagine i quattro brani che rendevano “Dai Meriggi Ai Fondali” dei maceratesi Scogli Di Zinco qualcosa di più di un interessante lavoro. Tessere le lodi del quartetto permise di metterne in doverosa luce la preziosa, raffinata tessitura che incorniciava brani sì eterei ed impalpabili, eppure assai consistenti nel loro tentativo di portare la forma-canzone ad un livello superiore, quasi trascendente. Ottima l’idea – era poi quella primigenia – di riunire oggi sempre su label Sibilla Records entrambi gli ep realizzati dalla band in un unico album, con l’aggiunta di due inediti. Altrettanto intrigante tracciare l’evoluzione di questa musica altra verso una espressività ancor più personale, senza rinunciare ad esaltare le caratteristiche che già resero peculiare nel 2016 l’esordio di “Affiorano Veloci E Lenti Come I Ricordi”. Da un punto di osservazione che ammicca – sia pure distrattamente, con fare guardingo e intenzioni ancora acerbe – alla forma-canzone, il quartetto elabora già una via di fuga da qualsiasi cliché, giungendo ad una rarefazione in senso astratto che ne sposta gli intenti verso un avant-qualcosa molto meno pop, ammesso che mai ne abbiano avuto l’intenzione. Sfumati come foschia nella brughiera i confini tra i dieci brani proposti, intangibili le atmosfere che paragonammo – discorrendo de “Dai Meriggi Ai Fondali” – a certi Marlene Kuntz e soprattutto ai These New Puritans, grazie specialmente ai fiati di Marco Rapaccini, restano trame sfuggenti e un generale andamento laid-back affidato al canto docile di Matteo Palmieri. Ad ascoltare bene emergono increspature (che forse erano sfuggite) di lontana derivazione emo-core: particolarmente nei testi, venati di una melanconica tristesse che si crogiola su sé stessa in flash morbidi, racconti tronchi come sillabe mozzate, accenni di storie inconcluse incastonate come gemme in diademi tanto preziosi quanto insoliti nelle loro fogge inafferrabili. Gli episodi migliori (“Le Serpi”, “Radura”, il vibrante inedito “Nuovo Inizio”, unico episodio che accenna un’ipotesi di deflagrazione elettrica) differiscono dagli altri per dettagli e variazioni infinitesimali, ma è solo questione di sensibilità alle liriche e di contrappunti più o meno efficaci nel disegnare armonie sì lineari, ma impercettibilmente sfuocate nelle loro tinte pastello. Dieci acquerelli che riproducono lo stesso paesaggio in una bolla di creatività ben poco allineata, distante anni luce dalla strada maestra: musica per pochi, forse, ma di una purezza celestiale, bella come cristallo. (Manuel Maverna)