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DE GRINPIPOL  "Elephants"
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Questo album possiede almeno un paio di doti terribilmente attraenti.
Uno: non ricorda nulla e non lo si riesce a paragonare a nulla.
Due: al primo ascolto non si è in grado di predire cosa riserverà la prossima traccia.
“Elephants”, prodotto da Fabio Demontis, è il nuovo capitolo - il quarto - nella ricca ed intermittente parabola del quintetto sassarese De Grinpipol, gente in giro da quasi quindici anni potendo vantare una sfilza di apparizioni live nel bel mondo tali da fare invidia a chiunque.
Lavoro accessibile, in apparenza: in realtà, muta di continuo l’equilibrio intrinseco di ogni brano variandone la direzione in modi sottili, raffinati, intelligentemente subdoli.
Due doti, non le sole.
Tre: ha buone canzoni.
Ne ha a iosa, “Elephants”, che sembra tuttavia giocare a farsi beffe della loro archetipica bellezza, soffocandone talora l’estro sotto una coltre di suoni prepotenti, occultandone la naturale semplicità dietro dinamiche complesse, baloccandosi con la vecchia sfida: forma vs. sostanza, ecc.
Poco importa: nella sua interezza ipnotizza, avvolge, irretisce.
A popolarlo, “Elephants”, schegge di psichedelia retrò, accenti british, echi sparsi da mondi lontanissimi, impennate inattese: “Pal-o-matic” apre su un minuto e mezzo che mette in fila voci ambientali (“In Occasione Della Festa”, CCCP, n’est-ce-pas?) e un’aria da summer of love, “Divine” è una sarabanda per contorsioni chitarristiche, rimbombi incattiviti, voce filtrata e sinistra, “Sunrise” un pregevole intarsio in crescendo.
A scuoterlo, “Elephants”, il canto variegato di Alessandro Sechi, singhiozzante nella saturazione di “A Wonder Is About To Start”, dolente nell’incedere spezzato di “Hooray” - contrappuntata da una frase di chitarra surf, ma sventrata da un basso à la Stranglers -, sfuggente e intristito nel vago sentore di National che la frenetica mestizia di “Something Low, Something High” reca con sé.
Quattro: insiste su suoni, arrangiamenti, produzione. Pare nulla, ma l’abito fa il monaco, eccome.
Cinque: ha qualcosa da dire.
Ad innervarlo, “Elephants”, un’idea: cambiano scenari, cambia la linea melodica portante della canzone, cambiano gli accenti, cambia tutto senza che quasi ci si renda conto, salvo accorgersi che il baricentro del brano si è spostato. Come Shackleton alla deriva su un enorme blocco di ghiaccio nel mare antartico, sei altrove senza saperlo. Accade incessantemente per cinque minuti in “M.F.”, sorretta da una serie di coretti inanellati e risolta in un ritornello falsamente innodico. Si concedono pure il lusso di infilare in scaletta “Quello Che Importa, Ma Non Più Di Tanto”, primo brano in italiano, a conti fatti tra gli episodi migliori dell’album, trama che lievita sorniona, si gonfia come un fiume in piena, dilaga nel pomposo finale.
E’ l’ennesimo trompe-oreilles celato nelle viscere di una musica ambivalente, nascosta in un labirinto di specchi, svincolata e spavalda, sovrana del proprio destino. (Manuel Maverna)