recensioni dischi
   torna all'elenco


O-JANA' WITH MICHELE RABBIA  "Inland images"
   (2019 )

Da Napoli, o meglio, dalla Svezia, o meglio, da Torino… Insomma, O-Janà, al secolo Ludovica Manzo e Alessandra Bosso, insieme a Michele Rabbia, creano un lavoro eterogeneo che fa emergere immagini interiori, intitolato per l’appunto “Inland Images”. Ci sono influenze diverse nella loro sperimentazione, che rendono una cifra stilistica personale. La voce di O-Janà è spesso ambivalente, sia fredda che calda: nelle quindici tracce dell’album, viaggia tra una compostezza tipica del jazz più soffuso, e tra vocalizzi meridionali, tipici del lirismo napoletano. Ma il sentore jazzistico di questo tipo, si trova esplicitamente solo in “Like a boat”, perché per il resto la dimensione di riferimento è quella concreta e a tratti atonale europea. L’elettronica a volte strizza l’occhio lontanamente alla trip hop dei Portishead (in “Butcher Shop”), alla scena eurocolta accademica, mentre il pianoforte prende spunto dal Novecento: preparato in “A love story” e dissonante in “Am I eternal?”. L’ambiente generale ottenuto è decisamente onirico in più episodi, come “Illusion. First sentence, right”, “Illusion. Second sentence, wrong”, tra note di piano in reverse e gocce di legno; o come in “Promise”, dove una batteria elettronica industrial vede il proprio rullante spezzettato e deformato. “Rubber wall (I cannot give the reasons)” invece è statica, priva di elementi ritmici, ed è tra i pezzi più stranianti e febbrili del disco. Il pianoforte torna protagonista, tenero in “Old keys” e glaciale in “Rage”, tessendo lentamente un’armonia sospesa (di quarta e settima), raggiunto gradualmente nella sua solitudine da impulsi elettronici acuti. Al contrario, in “Balloon” lo spazio è interamente preso da ritmi di oggetti percossi: suoni d’acciaio che si modificano nell’altezza (come un rototom), e di vetro tintinnante. Un suono isterico sta alla fine di “Le Quatuor Exquis”, dove ci sono estratti di “Quatuor IXI” di Régis Huby, mentre suoni gravi e minacciosi caratterizzano la fase centrale di “The crescent moon bear”, uno degli episodi più allucinanti. Il chitarrista Eivind Aarset compare in “Butcher Shop” e nella titletrack “Inland images”, dove la chitarra riverberata si affianca al suono di un organo a canne con molti registri chiusi (ossia dal suono tenue). Il tappeto sonoro che ne risulta, evoca un immaginario come quello del film “Stalker” di Tarkovsky. Questo è un viaggio interiore che dona l’ubiquità, facendo letteralmente scontrare ambienti così diversi tra loro in un’unica creazione. Del resto, come canta O-Janà nel primo brano “Proud of the accidents”, lei e Michele Rabbia sono fieri di questi “incidenti” musicali, che portano a soluzioni inattese. (Gilberto Ongaro)