recensioni dischi
   torna all'elenco


MARBLE HOUSE  "Embers"
   (2019 )

Chiusa la parentesi sanremese, in cui si è avuto il “Requiem della Canzone Italiana”, noi, amanti della vera Musica, andiamo a rifarci le orecchie con un album che merita una particolare attenzione e che segna il debutto dei bolognesi Marble House: stiamo ascoltando “Embers”, disco la cui alta levatura è fuori discussione. Cinque tracce che fondono con sapienza le sonorità del passato alle moderne sfumature rock e danno un nuovo slancio al variegato panorama della scena progressive. Leonardo Tommasini (voce e tastiere), Matteo Malacarne (voce e basso), Daniele Postpischl (tastiere, chitarra ed effetti) e Giacomo Carrera (batteria e percussioni) aprono “Embers” con gli arpeggi e i vocalismi di “To Make Ends Meet”, in cui si innestano sapientemente organo, basso e batteria: tempi e controtempi si contendono la scena con sonorità ammalianti e accattivanti diventando il biglietto da visita di un lavoro per nulla scontato. La freschezza si impossessa di “Reverie”, brano di quasi cinque minuti (il più breve di “Embers”) e dà sfoggio dell’ottima sintonia del quartetto. Estro e creatività sono alla base di un brano la cui esecuzione rimanda ai fasti di un progressive di matrice genesisiana. “Riding In The Fog” riprende in mano sonorità cupe e accattivanti che strizzano l’occhio ad atmosfere floydiane: grande pathos in un brano che scorre liscio a dispetto dei suoi oltre sette minuti. “The Last 48 Hours”, con il suo arrangiamento crepuscolare e malinconico, è un brano crescente dal punto di vista emotivo: merito soprattutto delle tastiere e del piano che supportano una vocalità in grado di trasmettere grande emozione, e del supporto di chitarra, basso e batteria mai sopra le righe. Si chiude il promettente esordio dei Marble House con la lunga suite dell’omonima traccia: quasi venticinque minuti di progressive puro in grado di convincere anche i non-amanti del genere. L’intro in sordina e il vibrante crescendo di intensità sia compositiva sia vocale aprono la via ad un lunga sequenza di tempi e controtempi, all’alternanza di momenti di stasi e pathos a momenti più nevrotici e deliranti. La musica in generale, e il progressive rock in particolare, hanno bisogno di album come “Embers” e di band come i Marble House, in un mondo musicale sempre più affidato ai talent show e ad esperti improvvisati che si fanno chiamare “maestri”. La vera musica è altra cosa e il quartetto bolognese ne ha dimostrato l’essenza! (Angelo Torre)