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GIULIA MEI  "Diventeremo adulti"
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Di questo disco mi piace la distanza.

Quella che ne separa il taglio dal costume imperante tra molte interpreti femminili di ultima generazione e che la avvicina invece ad alcune tra le migliori songwriter di casa nostra, da Giorgieness a Mèsa, da Maria Antonietta a Eleonora Betti.

Quella distanza che ne decreta l’appartenenza ad un tempo lontano, ad un modo di scrivere tanto raffinato e cesellato da sembrare oggi merce rara.

Quella che la separa con una cesura netta dal fare-musica-per-soldi, come esplicitamente sottolinea nell’autoreferenziale opener “Tutta colpa di Vecchioni”, che è – per inciso – una canzone perfetta nella sua diretta schiettezza: ammiccante e catchy, intelligente e intrisa di una simpatia furbetta che non guasta nè infastidisce.

Quella distanza che ne caratterizza lo stile vocale, intenso, mai manieristico: calcato, quasi attoriale talora, ma sincero fino al midollo.

Lei è Giulia Catuogno, in arte Giulia Mei, palermitana classe ’93, pianista di formazione classica con alle spalle una bella gavetta e trascorsi comunque segnati da più di una soddisfazione e da non poche affermazioni. Con la collaborazione dell’ottimo Edoardo De Angelis, “Diventeremo adulti”, pubblicato per l’etichetta indipendente Il Cantautore Necessario e bello fin dalla copertina, rappresenta di fatto il suo debutto, se si esclude l’esordio assoluto con l’ep “Pianopiano” (2016).

Pazzesca la botta iniziale, tre pezzi che valgono da soli il prezzo del biglietto: oltre alla già citata “Tutta colpa di Vecchioni” ci sono la ballata d’antan di “Kundera”, con un ritornello così ampio ed arioso da farti innamorare, e l’arpeggio bucolico de “La 600 (tutta rotta)”, singalong da maestro buttato lì con la nonchalance dei marpioni di lungo corso.

Scrive cose semplici Giulia, e potrebbe azzardarne di più ambiziose: preferisce non farlo per rimanere sé stessa, evitando complicazioni o salti nel buio. Resta in una zona franca meravigliosamente desueta, lontana dalla pazza folla e scossa di continuo da un romanticismo disincantato che sa parlar d’amore nella lingua dei trovatori: all’ora che volge il disio, in coda all’album infila in sequenza “Maledetto”, “Quelli che amano hanno lo sguardo più lucido e folle che c’è” e “Destinatario inesistente”, altrettanti bozzetti che tratteggiano la bellezza dell’illusorio, l’ennesimo attimo fuggente, l’istante da cogliere, che poi il tempo passa e non si sa mai.

Rimane leggera, Giulia: spinge quanto basta a conservare intatta una lievità cristallina che invoglia al riascolto compulsivo. Ha belle parole, facili e trasparenti, di quelle che non si usan più: ricorda spesso Mia Martini o Mariella Nava, qua e là suggerisce Vincent Delerm piuttosto che Jacques Brel, ricorre agli archi quando vuole profondità in bianco e nero (“La bellezza”), non smarrisce la sottile spensieratezza che rende gradevole il divertissement caciarone di “E fattela ‘na risata”, scivola in punta di dita sulla confessione mite e toccante di “A mia madre”.

Il tutto senza che una singola nota nè un qualsiasi verso pescato a caso da questa cornucopia di melodie suadenti e morbide sembrino mai fuori posto, eccessivi, ridondanti.

Per ora, ce ne andremo canticchiando Stand By Me: il potenziale è enorme, le possibilità infinite.

A bientôt, ragazza. (Manuel Maverna)