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MEMBRANES  "What nature gives… nature takes away"
   (2019 )

Lugubre, scomposto, incombente, spettrale, allucinato, spigoloso, stravolto, tetro, acido, violento, schizoide, visionario, frenetico, truce, crepuscolare, inquietante, deviato, opprimente, minaccioso, sinistro, maniacale, incalzante, delirante, nevrotico, demoniaco.

Post punk, insomma.

Per la nostalgica gioia nera di molti vecchi e nuovi adepti di un culto sempre vivo e pulsante, questo è post-punk, e mai niente di più. Lo era, nella prima vita dei Membranes, un terzo di secolo fa? Mistero.

E vivi e pulsanti dopo trenta e rotti anni dagli esordi e dopo quattro dalla trionfale rentrée di “Dark matter/dark energy” sono anche i Membranes da Blackpool. Un pezzo di storia. Storia minore, magari, ma sempre storia. Il loro leader, frontman, vocalist è l’immarcescibile John Robb, uno che per incrollabile passione e fiera attitudine potrebbe stare sullo stesso piedistallo di un John Lydon, per intenderci.

Persa (definitivamente?) per strada l’abrasività indisciplinata, caotica, sbronza e disallineata della prima parte di carriera (ma “A murder of crows” regge ancora il confronto, con maracas e urla strozzate), a prevalere nel nuovo ritorno di “What nature gives… nature takes away” (appena uscito per Cheery Red Records)) è ora un’idea differente che lascia da parte lo psychobilly impazzito e le chitarre slabbrate, come lo humour – più o meno esplicito – disseminato a pioggia nelle loro folli composizioni. Non più sbracato alla maniera di certi Butthole Surfers (taglio sardonico, interpretazione espressionista, rumore sghembo), a prendersi oggi la scena oggi è una tavolozza di tinte scure. L’afflato punk sopravvive, ma la furia iconoclasta degli esordi è dispersa in una pozza nera: è il basso a trionfare, la chitarra non stride più come un tempo.

Però...

Quella ineludibile sensazione di non predicibilità che ti assale davanti al simulacro rimane intatta. E come una volta, deraglia tutto: quando te lo aspetti, ma non come te lo aspetti. L’incertezza su cosa potrà accadere nei prossimi tre minuti di canzone ti tiene in guardia. Questo disco è un agguato continuo. Di sedici brani e settantuno minuti senza requie.

Quasi improponibile sviscerarlo, a partire dai temi. Animali, fiori, piante: in pratica la natura, il brutto poter che ascoso, ecc. ecc. Sciamanesimo, forse. Alchimia, stregoneria. Talismani, pozioni. Riti pagani, sacrifici, altari. Immanenza, trascendenza. Panteismo. Varie ed eventuali.

Post-punk, insomma.

Lo schema è – mutatis mutandis - il medesimo di “Dark matter/dark energy”: dalla metà in avanti, i pezzi tendono a lasciarsi andare a code quasi avulse dalla prima parte, ove di solito si consumano un breve testo, poche frasi ripetute, o qualche rigurgito, verso, vocalizzo, grugnito. Jesus Lizard, Bauhaus, Pixies e Gang of Four (“The city is an animal”, uh, mamma mia!) in una zuppa infernale.

Tra parentesi: tanto per fare qualcosa di insolito usano un coro femminile di una ventina di elementi. Così, la title-track chiude in una specie di mantra, “The 21th century is killing me” inizia gospel e finisce in un bailamme chiesastico, “Deep in the forest where memories linger” è pomposa come certi tardi Pink Floyd, ma chiusa in un frastuono orgiastico. E “Mother ocean/father time” è perfino gotica, al pari di “The magical and mysterious properties of flowers”, che sembra repertorio Eldritch & co.

E poi – che ve lo dico a fare? – ci sono la sassata squadrata di “Black is the colour” con un basso da Stranglers, i sette minuti e quaranta liquidi e rimbombanti di “The ghosts of winter stalk this land”, agghiacciante e gelida nel suo passo attendista à la For Carnation, l’epitaffio solenne di “Pandoras box” che collassa in un ingorgo saturo e congesto che è una meraviglia. E mi fermo, che può bastare così: ma ne avrei da raccontare, credetemi. Oggi i Membranes sono questi. Domani, chissà: non è dato sapere.

Post-punk, insomma. (Manuel Maverna)